Mortificata dai soprusi dei ciarlatani, Reggio ha smarrito il senso del destino comune

Vittima della “sindrome di Stoccolma” che s’illude maldestramente di esorcizzare dando libero sfogo su Facebook alle opprimenti frustrazioni mettendo assieme un paio di frasi, meglio se in dialetto così da regalarsi un maggiore senso di virtuale irriverenza. E’ questa la trappola in cui è finita, per responsabilità proprie, l’opinione pubblica reggina. Nulla ormai la scalfisce, anestetizzata dalle delusioni, drogata con robuste dosi di disincanto consegnate da pusher che promettono speranza in bustine e che, invece, sono colme di disperazione. Inerme ai piedi dell’arroganza, sbattuta sui muri dell’indifferenza, ubriaca di menefreghismo rispetto a tutto ciò che incide, in forma diretta, sulla quotidianità di ciascuno, si sazia con orgoglio dei miseri avanzi rimasti sul pavimento sconnesso del senso civico. Una sorta di nemesi rispetto alla storia recente di una città che, meno di mezzo secolo addietro, fu protagonista di una “Rivolta” contro una scelta vissuta, prima ancora che considerata, come illegittima. Una generazione fa, a dispetto dell’ignorante vulgata sulla “fascistizzazione” della levata di scudi collettiva, un movimento autenticamente popolare riconobbe l’orgoglio lacerato e, dopo averlo ricomposto in modo trasversale, ne agitò il vessillo con fierezza. A nulla conta che dal campo quel popolo uscì sconfitto, portandosi dietro cicatrici brucianti e ferite sanguinose: importa molto di più che abbia saputo alimentare il fuoco acceso del senso di comunità. Decisiva, certo, fu l’autorità morale riconosciuta ai leader di quella sommossa, però questa evidenza rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente. Altrettanto importante fu individuare il nemico all’esterno delle “mura”. Un totem da abbattere che, pure, così riportano i saggi, vantava strategiche complicità interne: “cavalli di Troia” per tradire la causa. E tuttavia, pur lasciando sul tavolo queste verità, come spiegare il lento e progressivo inabissamento nelle acque scure dell’ignavia? Gli anni ’80, nelle analisi sociologiche che ne hanno dipinto i tratti caratteristici, sono stati, tra l’altro, quelli del cosiddetto “riflusso”: scappare sotto il tetto della vita privata scrollandosi di dosso le dure lotte politiche e sociali del decennio precedente. In riva allo Stretto, però, si è andati ben oltre arrivando al “reflusso”: stomaci in fiamme ed impossibilità di digerire le insulsaggini di una classe dirigente insipida. Un’interruzione drastica dei rapporti causa-effetto. Perché, di fronte ad un inferno quotidiano che avvampa le anime vaganti dei reggini, nessuno si sente in dovere di afferrare l’estintore per scaricarne il contenuto, un composto di senso della dignità ed amor proprio, annullando i pericoli derivanti dalla tracotante sfacciataggine degli incendiari di Palazzo San Giorgio. E’ pur vero che la retorica della separazione, e dunque di una disparità di valore e di valori, tra la società sedicente civile e la casta politica si è sempre rivelata per quello che è: un artificio teorico mai dimostrato. Perché qualsiasi nefandezza della seconda è sempre a vantaggio di porzioni, anche se piccole, della prima. La velenosa bulimia della seconda è nutrita dall’anoressia sociale della prima. Il petulante cicaleccio della seconda rimbomba a causa dell’indolente afasia della prima. La seconda complice attiva della prima, non tanto nel momento solenne del voto, occasione in cui la propaganda ciarlatana raccoglie i frutti delle imposture cianciate, quanto nel corso dell’esercizio del mandato: lasciarsi frugare nelle tasche e sottostare, senza battere ciglio, alla sottrazione di quei pochi spiccioli rimasti è solo il primo passaggio dell’umiliazione. Lo step successivo è ancor più mortificante: farsi soggiogare da disservizi che marchiano ogni ambito con il fuoco del disonore e di cui vergognarsi agli occhi di quegli sparuti ed eroici drappelli di turisti. Proviamo ad elencare già sapendo che molto mancherà all’appello: manutenzione nulla, arredo urbano di giardini e parchi offeso dal degrado, cimiteri in condizioni oltraggiose, apparato burocratico improduttivo, patrimonio storico, artistico ed archeologico ridotto a discarica, lavori pubblici pessimamente gestiti, ogni centimetro di strade e marciapiedi invaso da lamiere inquinanti, ogni centimetro di via offeso dal sudiciume, abusivismo commerciale sbattuto in faccia anche nel cuore della città, Polizia Municipale disorganizzata ed inefficiente, Lido Comunale da coprire agli sguardi sensibili, inservibili gli uffici preposti alla presa in carico delle segnalazioni dei guasti a grappoli generatori seriali di frustrazioni. In un panorama così desolante spiccano, imperiose vette di goffa incuria e sfacciata maleducazione politico-amministrativa, lo stato deprimente in cui è precipitato il Lungomare (osceno monumento all’incuranza) e, in un crescendo rossiniano di mala gestione, la quotidiana emergenza idrica: il pozzo senza fondo (e senz’acqua) della scandalosa spudoratezza dell’Amministrazione Falcomatà. Nessuno, oltre i confini di Catona e Pellaro, riuscirà mai a capire come un’intera comunità possa, contemporaneamente, soffrire una mole così imponente di nefandezze e mostrare debolezza: quale grandinata di soprusi deve abbattersi per avvertire, come un dovere civile, il desiderio di risollevarsi ed insorgere nella notte più buia?

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