“Miserie umane” (senza le dovute querele) sulla pelle sfibrata dei reggini

Impaludati nell’immensa fogna che copre la dignità, di protagonisti e spettatori, ed emana un insopportabile tanfo di surreale meschinità, i reggini, proprio in uno dei tanti momenti della quotidianità in cui maledicono quel 26 ottobre 2014, tra bidoni e bottiglie, indispensabili per togliersi di dosso quell’appiccicosa invadenza estiva, fatta di sudore e stanchezza, si sono visti riversare addosso, nella serata di ieri, badili di livore riempiti, non con l’attesa acqua assenteista da sei mesi, ma con una, inutilmente puntigliosa, gragnuola di parole che Giuseppe Falcomatà ha riservato ad uso e consumo della battaglia, (apparentemente) senza esclusione di colpi, condotta contro Angela Marcianò. Un merito gli va, tuttavia, riconosciuto: aver recuperato la consapevolezza di dover chiedere scusa ai reggini “per lo spettacolo indecoroso a cui sono stati costretti ad assistere”. Una richiesta di “perdono che”, tuttavia, non può essere accettata perché l’egocentrico delirio di amor proprio incoscientemente sfoggiato dai due contendenti si è riversato, per intero, sulla pelle sfibrata di un popolo che ha sete di acqua e fame di decenza.

Nella interminabile dichiarazione vergata dal sindaco, le prime righe sono dedicate alla evidente contraddizione in cui affondano le lagnanze dell’ex assessore ai Lavori Pubblici, che per trentadue mesi è stata, a pieno titolo, giocatrice rappresentativa di quella stessa “squadra” oggi destinataria dei suoi strali. Trentadue mesi che avrebbero potuto essere ancora di più, se solo il Primo Cittadino non l’avesse scacciata in malo modo da Palazzo San Giorgio. Non è retorico ricordare che, in presenza di una acclarata incompatibilità con un gruppo di lavoro del quale nulla si condivide, un unico sentiero può essere percorso, in assenza di alternative: sbattere la porta e andare via, spiegando, in quel caso sì a testa alta e con la coscienza linda, quali siano le gravissime ragioni alla base dell’addio. La Marcianò, invece, ha proceduto in direzione contraria rispetto alla via maestra, accettando con orgoglio la riconferma in occasione del rimpasto del dicembre scorso, grazie al quale ha, anzi, accumulato, un peso specifico ancor più rilevante. Ed infatti, a questo proposito, ha buon gioco il sindaco quando rimarca che: “Su ulteriori presunte situazioni ai limiti della legalità, ironia del destino anche in questo caso, l’avv. Marcianò, in quelle poche sedute di Giunta a cui ha partecipato, ha votato a favore di quelle delibere che oggi contesta con forza (solo a titolo esemplificativo: delibera n. 101 del 16/7/2015 (Miramare), n. 110 del 27/7/2015 (Miramare), n. 169 del 3/11/2015 (Parco Caserta), n. 212 del 30/12/2015 (Uirnet)). Se avesse avuto dubbi avrebbe votato contro o, more solito, non avrebbe partecipato”. E’ altrettanto vero, però, che, se Falcomatà, oggi rivendica la bontà della scelta di licenziare la giuslavorista sostenendo “che non vi è stata sin dall’inizio la possibilità per la stessa maggioranza di fare squadra con l’ex assessore”, persiste tuttora nel desiderio (o nella necessità) di sguazzare nell’ambiguità. Di fronte al bene supremo della collettività, non rileva, infatti, la “pazienza” del sindaco, soprattutto se lo stesso, non più tardi di sette mesi addietro, ne ha fatto una punta di diamante ancor più preziosa affidandole altre strategiche deleghe da assommare a quelle già corpose affidatele nell’autunno di tre anni fa. Falcomatà, proseguendo nella sconfinata difesa della sua scelta, ma in questo caso distratto dallo specchio, ha imputato alla docente universitaria un individualismo che mal si conciliava con “l’unica cultura possibile in questa città, ovvero quella del ‘noi’. Prendiamo, culturalmente, le distanze da affermazioni del tipo ‘l’ho voluto io’, ‘l’ho pensato io’ degne di personaggi da palcoscenici televisivi. Per il senso di comunità che ci appartiene cogliamo l’occasione per riaffermare che soltanto insieme, e non da soli, questa città potrà rinascere”. Ed ancora: “Sul presunto mancato invito alle iniziative – cosa falsa poiché gli inviti vengono sistematicamente inviati a tutti i componenti dell’Amministrazione – una brevissima riflessione va fatta su chi, effettivamente, a questo punto, sia affetto da ‘narcisistica visibilità esterna’, e su come questa ‘malattia esantematica’ possa essere curata con l’unico vaccino possibile: il bagno d’umiltà”. Frasi che gettano un fascio di luce su una rozza gara all’insegna della vanità con due partecipanti dopati dalla superbia, ingiustificata dai risultati (non) prodotti.  Si tratta, tra l’altro, di considerazioni che ben si attagliano alla necessità avvertita da molti componenti di quella stessa squadra regolarmente esclusi dalla tanto decantata collegialità sbandierata dal Primo Cittadino. La risposta dell’inquilino di Palazzo San Giorgio si spalanca, in maniera definitiva, sull’infinito mare della comicità quando frana sul pensiero secondo cui: “Questa Amministrazione rifugge, altresì, da una improduttiva politica degli annunci”. Per ovvi motivi di spazio, sarà affidato ad altro commento l’inesauribile elenco di imprudenti comunicazioni che hanno riempito a dismisura il pentolone della sua “improduttiva politica degli annunci”.

Di infimo livello morale è il passaggio riservato dal Capo dell’Esecutivo comunale alle minacce ed alle intimidazioni di cui sarebbe fatto oggetto lui, al pari di altri consiglieri ed assessori. Volendo bacchettare l’ex assessore, rea di essere assurta a paladina della legalità ergendosi a vittima in occasione di un episodio che la toccò direttamente, il sindaco ha sottolineato di essere “sottoposto da tempo a un regime di vigilanza rinforzata, ma non ne fa motivo di vittimismo o eroismo a mezzo stampa”; no, si limita solo a ricordarlo come un mantra, un giorno sì e l’altro pure. Tralasciando, per non tediare ulteriormente il lettore, le osservazioni riguardanti lo stato dei lavori di alcune importanti opere e le decisioni assunte in ordine alla posizione di dirigenti finiti nelle maglie della giustizia, due domande, tra le tante ancora senza risposta, emergono con forza: perché il sindaco, destinatario di gravi accuse mosse dalla Marcianò, non ritiene doveroso difendere se stesso e l’immagine della città di cui è il massimo rappresentante, intentando una causa per diffamazione? Lo stesso, può dirsi, peraltro, a parti invertite, non essendo accettabile che ci si limiti a scagliare frecce acuminate contro Falcomatà in assenza di un obbligatorio passaggio giudiziario. Perché, a questa triviale zuffa che certifica l’ignobile valore di questa classe dirigente, sta assistendo anche la Procura della Repubblica, la sola spettatrice di cui si auspica la discesa in campo per un, non più prorogabile, atto di deferenza nei confronti di una comunità vilipesa da cotanto squallore. E, sul piano squisitamente politico, come faranno i due belligeranti (uno Primo Cittadino eletto con il PD, l’altra componente della Segretaria Nazionale dello stesso partito) a salire sullo stesso palco spellandosi le mani e sostenendo i medesimi candidati durante la campagna elettorale per le imminenti Politiche?

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