Mimmetto Battaglia vicesindaco sarebbe l’unica mossa politicamente sensata

Se, per una volta, la Politica, quella vera impermeabile alla parodia macchiettistica che ha invaso Palazzo San Giorgio sette anni fa, avesse finalmente la meglio, Giuseppe Falcomatà, in prossimità della probabile imminente condanna per il processo “Miramare”, effettuerebbe un’unica mossa: affidare la delega di vicesindaco, che, causa effetti della Legge Severino, per il lungo periodo di sospensione del Primo Cittadino, eserciterebbe il ruolo di Capo della Giunta comunale, a Mimmetto Battaglia. Sarebbe una scelta intelligente, logica, perfino pacificatrice. Intelligente perché assegnare le chiavi della città a mani esperte che si sono fatte i calli alla Provincia prima ed alla Regione poi garantirebbe responsabilità nella gestione della macchina amministrativa. Logica perché, davanti al deserto di soggetti politici autorevoli che circonda Falcomatà in Municipio e nel Partito Democratico, concausa della sequela di abbagli presi nel Governo della città, Battaglia annovera quelle caratteristiche, desuete ma assai utili in questi tempi così modesti, connesse alla competenza ed alla conoscenza delle dinamiche pubbliche. Pacificatrice perché incarna, per storia personale e familiare, il modello della figura istituzionale apprezzata trasversalmente e, come tale, in grado, di parlare a tutti gli ambienti di una Reggio Calabria oggi prigioniera della rassegnazione.

Un cattolico moderato che, non per niente, è cresciuto nel Movimento giovanile della Democrazia Cristiana, partito con il quale ha fatto ingresso per la prima volta in Consiglio provinciale, prima delle successive esperienze con i Democratici di Sinistra ed il Partito Democratico. Candidatosi, nonostante più di qualche dubbio, anche alle elezioni regionali di quattro settimane fa, si è piazzato dietro gli aspiranti consiglieri sostenuti con tutte le forze dai potenti maggiorenti locali. Nel settembre del 2014, in occasione delle Primarie del centrosinistra che avrebbero spianato la strada a Falcomatà, fu beffato per appena duecento voti, dall’attuale Primo Cittadino. Trasformare quella contesa nel prologo di una stretta coesione che, con l’accesso carico di significato storico ed emotivo nell’aula consiliare dedicata al padre, Pietro, il sindaco della Rivolta, manifesterebbe, da parte di Falcomatà, la coscienza che la città, per rialzare la testa, ha bisogno di unità e non di odio, di concordia e non di divisioni. Il resto è solo un nauseante battibecco tra favole di Collodi e penose traduzioni da un dialetto triviale.

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