Lpu, la grande battaglia ha inizio: la coscienza della politica e la dignità delle persone

La data del 31 marzo si avvicina a grandi falcate. La paura è che l’1 aprile possa concretizzarsi in un brutto scherzo: la fine di un percorso lungo più di due decenni. Anni lunghi e faticosi, anni di vita “sospesa” in cui gli Lpu non hanno potuto programmare il futuro attanagliati nelle ganasce dell’incertezza.

E adesso il domani li spaventa: non è la prima volta che succede, ma stavolta il pericolo è percepito come terribilmente reale. Si sentono soli, più che nel passato, perché le azioni di chi li dovrebbe sostenere appaiono “blande”.

Troppo silenti i sindacati, “in tutt’altre faccende affaccendati” e considerati alla stregua di “osservatori esterni”; troppo superficiale la politica, che non vede più la bandiera della lotta al precariato da sventolare a convenienza e nemmeno gli ex rilevanti bacini di voti da inglobare; disinteressati i grandi giornali perché, come numero, i lavoratori in bilico non sono più quelli di una volta e quindi non possono essere garantiti accessi degni di nota.

Lavoratori di pubblica utilità: la denominazione che li accompagna da sempre è divenuta un’etichetta sgualcita, sovente pure criticata, di recente presa in prestito da altre categorie. Etichetta “passata di moda”, di cui ci si ricorda quando di queste persone si ha materialmente bisogno. Senza comprendere i loro pensieri, le loro preoccupazioni, i loro umori, le loro aspettative. Perché chi uno stipendio lo percepisce stabilmente, non può capire chi viaggia sull’onda anomala del precariato ed ha come orizzonte temporale la fine del mese.

E non può capire che privare un uomo o una donna di 50 anni del lavoro svolto per mezza vita significa togliere la dignità. Certo, le verità vanno dette tutte e fino in fondo e non si può tacere che in questo tempo c’è chi ha giochicchiato, chi si è “imboscato”, chi ha coperto la scarsa propensione al sacrificio con questo o quel certificato medico. Ma qualche mela marcia non può costringere a buttare un cesto intero di frutta buona.

E allora occorre mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul cuore e trovare una soluzione. Definitiva.

La battaglia, senza “alleati” (veri o apparenti), è più tosta e si gioca su due tavoli. Il primo è di ordine normativo: la legislazione statale, dopo un rimpallo di responsabilità fra Ministeri, non è considerata chiarissima e, al momento, non sembrerebbe poter esserci un’equiparazione tra Lsu ed Lpu. Oltrepassare questo inghippo, con un’interpretazione meno stringente, consentirebbe di superare le problematiche degli Enti in pre-dissesto aprendo le porte ad assunzioni in sovrannumero. Non è facile, i mediatori sono al lavoro, per ora non traspare ottimismo.

Il secondo è di ordine economico: la storicizzazione delle risorse da parte della Regione Calabria è avvenuta con legge di bilancio e copre l’arco temporale 2019/2021, peraltro con paletti specifici. Quindi, in senso sostanziale, non sarebbe nemmeno una vera e propria storicizzazione che, per definizione, dovrebbe prevedere una copertura perpetua. Questo aspetto è il più complesso perché – al di là della formalità della parola – non basterebbe una nota del Dipartimento regionale per giustificare una spesa “storicizzata” con una previsione finanziaria temporaneamente limitata.

La difficoltà si respira a pieni polmoni: ciò che stupisce è come finora non ci siano stati interventi “forti”, quasi come se gli Lpu siano anch’essi assopiti, passivi, stanchi. Solo che non possono permetterselo. Lo sanno loro e lo sanno le loro famiglie. Ecco perché negli ultimi giorni, il fuoco sotto la cenere si è rinvigorito. Ed è pronto a divampare, sfociando, per come emergere da movimenti non troppo velati, in singolari azioni dimostrative.

Contenuti correlati