Lo spudorato

Non bisogna allontanarsi eccessivamente ampliandone a dismisura l’arco temporale per delineare i contorni da illusionista del sindaco di Reggio Calabria: è lui stesso, infatti, a restituire all’opinione pubblica, dal basso dell’amato palcoscenico di Facebook, la cifra politica del suo operato che, monco di una decente azione amministrativa, si aggrappa a temi dei quali, dopo aver orecchiato qualcosa, cerca di strumentalizzare i contenuti con il proponimento di alzare la cortina fumogena necessaria a coprire le sue nudità da cui, dopo oltre sei anni di permanenza a Palazzo San Giorgio, sono cadute giù anche le foglie di fico dell’autoproclamata onestà e delle colpe da addebitare ai predecessori.

Scorrere gli ultimi post pubblicati sulla sua tribuna social, che potrebbe-dovrebbe servire per informare i reggini dell’attività quotidiana funzionale a rendere la città un luogo in cui sopravvivere conservando un barlume di speranza, è un affronto ai bisogni di una popolazione desiderosa “solo” di normalità. L’ultima chicca ci è stata regalata stamane, domenica: l’augurio di un “Buon San Valentino a tutti i reggini innamorati di questa città e che ogni giorno con passione combattono per fare di Reggio una città inclusiva, accogliente, solidale, bella, gentile e nella quale i diritti e le libertà individuali sono garantiti sempre”. Avesse dimestichezza con un giudizio della propria persona non dopato da una superbia genetica, sarebbe il primo a sapere che lui non appartiene a quella categoria. “Inclusiva”? Rispetto a chi? “Accogliente e bella”? Poche città nel mondo, in questo momento storico, sono più respingenti di questo sperduto lembo di terra in riva allo Stretto, soffocato dalla spazzatura e da persone inette ad occuparsene; da carenza idrica e persone inette ad occuparsene; da cantieri infiniti e persone inette ad occuparsene; da luoghi storici umiliati dall’incuria e da persone inette ad occuparsene. Così funziona dove la civiltà ha vinto sulla barbarie, ma, in fondo, Reggio è ormai un teatro di guerra dove a terra si vedono solo i cadaveri della cultura e della civilizzazione, dello sviluppo e del benessere e dove un sindaco si permette, in simili condizioni di arretratezza, di irridere la città tutta biascicando di “diritti e libertà individuali garantiti sempre”. Una spudoratezza amorale che non ha eguali e reiterata con una sfacciataggine emergente con petulanza anche nelle comunicazioni precedenti. Quanto ancora potrà essere tollerato un Primo Cittadino che, a fronte dello sfacelo di cui è colpevole, si diverte a prendere posizione su temi a proposito dei quali il suo pensiero non è richiesto né dalle funzioni esercitate né da alcun essere vivente? Ne è esempio lampante la proditoria rimozione, debitamente resa pubblica su Facebook, dei manifesti pro life che a Sua Altezzosità non garbavano. Questo atto dispotico, a testimonianza delle contraddizioni che caratterizzano la sua vita politica (?) ha fatto seguito ad una pietosa manifestazione di inconcludenza con l’affissione, sul portone d’ingresso del Municipio, di un cartello sul quale campeggia il volto di Patrick Zaki, lo studente egiziano detenuto nel suo Paese d’origine dal momento del suo ritorno, per un breve periodo, dall’Italia, dove stava frequentando un Master universitario. Vicenda sconcertante e di una gravità inaudita a livello internazionale, ma che, abbiamo il sospetto, la scenografica iniziativa di Falcomatà non contribuirà a risolvere. Dubitiamo, infatti, che il dittatore, Generale al-Sisi abbia perso l’appetito e il sonno a causa della preoccupazione derivante dalla trovata del sindaco di Reggio Calabria. E prima ancora, in un afflato di affettata retorica, materia in cui il Primo Cittadino merita il conferimento della laurea honoris causa, si era camuffato da umile uomo della strada salutando il settantesimo compleanno dell’amato Tony Marino. Un percorso a ritroso che ha infine chiuso in bello stile sfoggiando i suoi bei calzini spaiati per ostentare sensibilità rispetto alla diversità. Un lavoro, come si vede, ingrato, quello di sindaco di Reggio Calabria nell’interpretazione di Falcomatà che, un giorno sì e l’altro pure, deve ingegnarsi nel reperimento di materiale buono per manipolare la realtà e trovarlo in mezzo a questa distesa di pattume senza nemmeno poter lavarsi le mani tornando a casa è un tormento eroico che lo innalza, con meritata gloria, nel Pantheon dei bluff.

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