Lo sguardo del professor Bombino scruta “Reggio sull’orlo del precipizio, presa in trappola da due improvvisati cantastorie”

*del Professor Giuseppe Bombino – Nell’ampia Storia di Reggio non troverete un solo indizio rivelatore di ciò che sarebbe avvenuto, né il responso di un oracolo, né una profezia.
Ma, correndo il secondo decennio degli anni 2000, il segno dei tempi avrebbe lasciato due calchi sulla nostra Città: uguali per età, opposti nel segno, identici nell’ingannevole forma. L’uno, impratichitosi con l’organizzazione di festicciole a bordo piscina, ha preteso, col titolo del sangue, di estendere quell’effimera atmosfera all’intero perimetro della Città. L’altro, essendosi a lungo allenato nella preparazione di schiuma party montani e giri di tarantella, ha occupato i banchi romani.


Una simpatica parodia, si potrebbe dire; se non fosse che queste due giovani caricature, che prima delle recenti fortune non avevano mai avuto né arte né parte, continuano a giuocare al mercante in fiera, mentre Reggio è vinta dal nulla, annientata dall’incapacità, soggiogata dall’illusione, sottomessa dall’incompetenza.
Le stratificate inconcludenze di questa Amministrazione, da una parte, e le screanzate fandonie, dall’altra, stanno portando Reggio nell’abisso di una faglia obliqua. I due menestrelli ben sanno che siamo sul precipizio; a dismisura allungano il collo per far vedere che la fenditura non è poi così profonda, e intanto annunciano un altro giro. Insomma, sempre meglio che dover pensare ad una nuova occupazione per loro, e procurarsi un impiego. Troppo difficile per chi non ha mai lavorato.
La Città è presa in trappola da questi due improvvisati cantastorie, che fanno rotolare il pallottoliere sulla linea del precipizio, inventando numeri e conquiste, cifre e successi. Intanto, quello strapiombo ingoia i fondi già ricevuti perché l’incapace Amministrazione non ha presentato neanche la brutta copia di un progetto. E sopra di quelli si accumulano i soldi di pezza di chi, in pieno delirio, già vedeva decollare flotte di aerei, arrivare mega yacht e attraccare navi da crociera, senza aver mai prodotto uno studio di fattibilità, un’indagine di mercato, o un bozzetto fatto a matita.
Tali false esibizioni dobbiamo sopportare in questa plurimillenaria geografia; proprio noi, che sentimmo la lingua di Omero e di Ibico, che vedemmo Pitagora e Clearco scolpire i Metalli e la Pietra, che parlammo lungo le rive del Mediterraneo e per le vie del Mondo.
Ci siamo arresi e consegnati a due incerti acrobati, cui abbiamo affidato Reggio che è più antica di Roma.
L’epoca che attraversiamo, inflessibile e severa, esaspera le distanze e le marginalità, esponendo a questo rischio soprattutto le comunità più fragili. Reggio non sfugge a tale pericolo, anzi. I partiti hanno ucciso Reggio, e i reggini, adesso, sono pronti a seppellire i partiti.
L’inadeguata classe politica che caratterizza localmente l’arco dei partiti, da sinistra a destra, non è capace di guidare e governare i complessi processi economici e tecnologici; figuriamoci, poi, se hanno la credibilità per programmare, con un approccio socialmente sostenibile, l’avvenire di un territorio così vasto e complesso. Per poter “risolvere” il problema di una comunità occorre prima provare la capacità d’aver risolto un problema per sé stessi. Nessuno degli attuali protagonisti della politica reggina si trova in questa favorevole condizione. A meno che non si voglia considerare la circostanza che sia stata proprio la politica a riservare loro un’inattesa ventura.

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