L’insediamento davanti alla città: all’Arena è nato il Consiglio comunale della rinascita di Reggio

Festa doveva essere, festa è stata. Una festa di popolo, una festa che ha riunito davanti allo stesso mare cittadini e autorità, passato, presente e futuro. Reggio Calabria ha salutato così, per volere del nuovo sindaco Francesco Cannizzaro, l’insediamento del Consiglio comunale rinnovato dopo le elezioni del 23 e 24 maggio. Presente il ministro degli Esteri Antonio Tajani, uno dei primati che il sindaco Francesco Cannizzaro ha ascritto a merito del tempo nuovo scandito dalla frattura con quello andato, insieme alla nomina di un vicesindaco donna, l’ex presidente del Tribunale Mariagrazia Arena, e all’elezione del più giovane presidente della massima Assemblea elettiva cittadina.

Suona patetico l’abbozzo di contestazione via social mosso dalle poche voci afone che hanno puntato il ditino ancora sporco del fallimento contro i 10 mila euro spesi per organizzare un evento dal così alto valore simbolico. Una cifra modesta, addirittura esigua, se si ricorda ai censori fuori tempo massimo che si tratta di una somma appena superiore a quanto sborsato ogni mese, per anni e anni e anni, agli sciatti assessori, tutti, nessuno escluso, succedutisi nel corso della riprovevole consiliatura precedente.

L’Arena dello Stretto “Ciccio Franco”, che sotto la carezza del tramonto si è mostrata nella veste di agorà, profumata dalle celebri parole di Pericle citate in avvio — «Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi; ed è per questo che viene chiamato democrazia» — è stata la degna cornice di un passaggio epocale: quello avvenuto tra gli inutili occupanti della stagione ormai archiviata e coloro i quali si sono già messi al servizio di una visione. Un’ispirazione felice che ha contagiato la comunità accorsa sulla gradinata dell’Arena, stracolma di entusiasmo e speranza. Liberata dai fumi lugubri di un’era che troppi danni ha fatto perché possano essere dimenticati, e infatti sarà impossibile che succeda. È bastato che un maldestro esponente della minoranza, Marcantonino Malara, durante i lavori facesse cenno al cognome tabù, peraltro indicando il padre e non il figlio, quale simbolo di tutti i complici e conniventi di una martellante opera demolitrice, perché subito si levasse nell’aere una selva di fischi, urla e borbottii.

Una rabbia che la nuova Amministrazione dovrà trasformare in partecipazione, una delusione che dovrà ribaltare in fiducia. Ne è consapevole il Primo Cittadino, ne è consapevole il neoeletto presidente del Consiglio comunale Federico Milia, che già nel discorso di insediamento ha posto l’accento sulla necessità di non chiudersi nelle «buie stanze di un Palazzo lasciato decadere». Il migliore dei punti di partenza, soprattutto se affiancato a un richiamo costante a quel «senso di comunità» fatto a brandelli ogni giorno dai teppisti della res publica avvicendatisi negli ultimi dodici anni nelle stanze della Casa comunale. «Sono consapevole che questo ruolo appartiene prima di tutto alla città e non alla persona che lo riveste»: un concetto, espresso in avvio dal presidente Milia, che dovrebbe dare le coordinate di ogni singola mossa a chi si cimenta nel governo di una qualsiasi organizzazione sociale. Una bussola di valori in grado di indirizzare i passi di chi agisce in nome e per conto della collettività.

Farsi largo tra le macerie provocate dagli ultimi due mandati sarà un’impresa che riuscirà in presenza di due precondizioni: la ferrea determinazione del sindaco e la trepidazione costante, da parte di assessori e consiglieri, dirigenti e dipendenti, associazioni e cittadini, nell’accompagnarne l’attività con spirito di fedeltà alla patria natale. Parti che dovranno, tutte, dialogare con fecondità e libere da invidie e gelosie, con la voglia incondizionata di sistemare Reggio Calabria sul piedistallo della storia contemporanea per renderla quella Montecarlo del Sud evocata dal Primo Cittadino. Se questo è l’intento dichiarato, a monte della proiezione non può che esserci un presente difficile, da rovesciare rispetto alle difficoltà provate sulla pelle viva dai cittadini, in particolare dai giovani obbligati a inseguire sé stessi lontano dal loro habitat naturale, lontano da quegli intrecci sentimentali che danno profondità e senso autentico all’esistenza. Le debolezze, quelle invisibili a uno sguardo superficiale, sono il centro di gravità della politica che recupera fedeltà e lealtà alle istituzioni. Milia non si è nascosto dietro la piccola retorica dei piccoli che hanno occupato i banchi delle maggioranze precedenti e, non facendo sconti, ha rivendicato che ci si muoverà «in assoluta discontinuità con tutto ciò che è stato fino a oggi, come già dimostrato in poche settimane dal Sindaco». Sentirsi parte del Consiglio comunale: è questo l’invito forte che si è levato dall’anima del suo nuovo presidente nell’aria rarefatta di un avvolgente tramonto di luglio sullo Stretto. Una sollecitazione, rivolta a tutti i reggini, a interessarsi concretamente della gestione amministrativa, che non è burocrazia, ma il mezzo naturale per raggiungere i fini perseguiti da una società nell’interesse di ogni suo membro. Sempre Pericle, nel discorso che Tucidide ha consegnato all’eternità: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile». La corda che unisce lo Stato alla cittadinanza si è spezzata da tempo a Reggio Calabria: a questa Amministrazione il compito gravoso di riannodarla e tenderla con forza in direzione di un futuro che ha lanciato la sua ultima chiamata. Ne è cosciente Cannizzaro, che ha un unico obiettivo: unire in un matrimonio indissolubile sogni e pragmatismo. Dall’armonia di un’unione così esigente sorge la mira specifica di una stagione di reazione e non di rassegnazione, di emancipazione dalla mediocrità e non di sottomissione a essa, di sprigionamento del coraggio e non di ingabbiamento nella paura.

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