Lei è stata assolta: avvoltoi e sciacalli no

Partiamo dall’inizio: la Legge Severino è un abominio che va in contrasto con qualsiasi principio di democrazia e con qualsiasi principio di rappresentanza. Di testimonianze, nel corso della sua decennale efficacia, ce ne sono state per fortuna poche, ma estremamente significative.

L’ultima in ordine di tempo riguarda la vicenda giudiziaria che ha visto come vittima Angela Marcianò, soltanto nel pomeriggio di lunedì 5 dicembre pienamente riabilitata grazie all’assoluzione disposta dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Nessun abuso d’ufficio commesso, nessun falso commesso. Anni di sofferenza che la accomunano a tanti amministratori pubblici che nel passato e nel presente si sono trovati, e si trovano, davanti alla ghigliottina del populismo politico-penale e con percorsi umani troncati di netto a causa di indagini fondate su teoremi troppo tardi rivelatisi fantasiosi. Condannata in primo grado, la docente universitaria, invece, non è mai arretrata di un millimetro, proclamandosi non solo innocente rispetto ai reati contestati nell’ambito del processo legato alla famigerata assegnazione di una porzione del Grande Albergo Miramare da parte del sindaco Giuseppe Falcomatà ad un imprenditore amico, ma anche incredula in relazione ad una serie di eventi senza un filo logico. Non per questo ha ceduto alla potenza del fiume in piena e, due anni fa, ha deciso di candidarsi alla carica di sindaco guidando un manipolo di coraggiosi idealisti. Oltre 13 mila reggini le accordarono il consenso, permettendole di raggiungere il 14%. Una espressione del voto popolare che, pronti via, pochi minuti prima della prima seduta del Consiglio comunale ed anche con modalità poco ortodosse, furono cestinati dagli effetti nefasti della Legge Severino che impone la sospensione per 18 mesi di amministratori comunali, regionali e parlamentari. Obbligata a lasciare l’Aula, dovette scendere le scale di Palazzo San Giorgio inseguita dalla vergogna di uno sciacallaggio che aveva avuto inizio sin dalle prime battute dell’inchiesta. La storia è sempre la stessa, non presenta variazioni sul tema: intercettazioni e messaggi pubblicati da operatori dell’informazione che galleggiano sulle incerte disgrazie altrui con il risultato brutale di alimentare quell’antipolitica che, dal 1992 ad oggi, ha divorato tutto, prima di ogni cosa la separazione tra poteri dello Stato. Un connubio, quello tra Procure e certa stampa che è, a tutti gli effetti, un sodalizio socialmente pericoloso. I primi danneggiati, infatti, sono i cittadini-elettori, che, in piena sindrome di Stoccolma, sono lì, plaudenti, a fomentare le loro frustrazioni urlando alla forca. Vale sempre, vale per chiunque, non solo per Angela Marcianò ed il muro della decenza, intanto, si abbassa sempre di più. Perché, diciamola tutta, non è mai stata una battaglia tra garantisti e giustizialisti: è sempre stata una ipocrita battaglia politica condotta, in assenza di idee, con le armi improprie delle indagini che, si badi bene, basti pensare al caso del Deputato Aboubakar Soumahoro, ormai non devono nemmeno riguardare direttamente l’interessato. Ed è moralmente immondo, infatti, che a levare gli scudi contro chiunque incappi in qualche controverso intoppo sono sempre gli avversari politici del malcapitato: combattivi, quanto patetici, difensori d’ufficio quando a finire nel vortice sono amici e compagni di merende; spietati e feroci carnefici non appena il venticello del sospetto sfiora, anche in maniera palesemente immotivata, rappresentanti dello schieramento nemico. Poco importa se, tanto per fare un esempio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, espressione di Fratelli d’Italia, sostenga a lettere chiarissime che è venuto il tempo di apportare modifiche radicali all’impianto normativo su cui si regge l’abuso d’ufficio o, storia di 24 ore fa, abbia il coraggio, mancato ai suoi predecessori, di elaborare una profonda revisione del sistema criminogeno delle intercettazioni. Al momento siamo lì, supini, ad acconsentire che oltre 13mila voti possano essere surrogati, per un anno e mezzo. Peccato poi, molto poi, si scopra che quella sospensione era completamente infondata, basata su ipotesi rivelatesi errate. In questi casi chi risarcisce la comunità, chi risarcisce le parti lese dagli sbagli commessi in un’aula di giustizia? Non sono riflessioni ad personam, ma rivolte alle esigenze di libertà di voto e di espressione che una comunità dovrebbe preservare e custodire gelosamente senza lasciarsi andare alla selvaggia, quanto istintiva, sguaiatezza etica. A dirla tutta, come è possibile affermare ragionevolmente e con onestà intellettuale che le Comunali del 2020 non siano state condizionate da una pena inflitta nel primo, parziale, grado di giudizio? Quanti, nella competizione elettorale di due anni fa, hanno scartato l’ipotesi di scegliere la giuslavorista nella contesa per diventare Primo Cittadino perché afflitta da una sentenza che le è costata la sopportazione di un mare di fango? La vittoria ottenuta da Angela Marcianò, dunque, prima ancora che giudiziaria, è politica e di questo aspetto dovrà farne tesoro lei, dovrebbero farne tesoro, tutti, soprattutto i rivali.

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