L’EDITORIALE / Strade e scuole chiuse nel Vibonese causa debiti: la popolazione è vittima e carnefice

C’è una strada che la Provincia di Vibo Valentia non chiuderà mai: è quella che porta lontano da una terra avvelenata dai suoi vizi, dai suoi pregiudizi, dalla sua presunzione, dall’abitudine a condannare gli altri assolvendo se stessi. È la strada dell’emigrazione, quella che molti giovani vorrebbero percorrere quando sentono che, uno dietro l’altro, stiamo perdendo i servizi e con essi anche noi stessi. Molti scappano, altri restano. Ancorati alle loro origini, perché questa terra è sì maledetta, ma qui abbiamo le nostre radici, i nostri affetti, il nostro cuore ed anche la nostra voglia di riscatto. Per chi resta la vita è però un continuo ingoiare amari bocconi: il merito calpestato sotto gli stivali della fedeltà al potere, l’iniziativa imprenditoriale soffocata dalla criminalità, il libero pensiero annichilito sotto i colpi del conformismo e della critica feroce. Perché il male principale della Calabria è l’invidia sociale che porta a screditare chi si mette in gioco.

Oggi saliamo tutti sul bancone del Tribunale della Santa Inquisizione, con il martelletto di legno in mano, per condannare “quella politica” che “ci ha rovinato”. Peccato che ieri molti di noi salivano sul carro del vincitore, quello delle “percentuali bulgare”, perché qui, nel Vibonese, “vinciamo sempre noi”. E, invece, “noi”, inteso come gente comune, abbiamo perso: se si arriva ad annunciare la chiusura di strade e scuole perché non ci sono i soldi nemmeno per garantire le condizioni minime, allora vuol dire che ha fallito l’intero sistema, non la politica. I “politici”, quelli a cui adesso sono quasi rivolti gli “sputi via social”, sono stati votati. E rivotati. E rivotati ancora. Quella X nell’urna non l’hanno messa gli alieni, l’hanno messa i cittadini che ora si lamentano. L’hanno messa coloro che nell’anno del Signore 2017 si ergono quasi a salvatori della patria, quelli che gridano, giudicano e sentenziano. Senza guardarsi allo specchio e senza guardare in un armadio in cui di scheletri ce ne sono a centinaia.

Parla poco il padre di famiglia che le ingiustizie della politica del “ti do il posto se poi ti candidi” le ha subite davvero. Parla poco perché non ha né la forza, né la voglia, né il tempo. Perché il suo unico pensiero è rivolto a come garantire i libri ai figli che vanno a scuola ed il pane alla moglie che rimane a casa. E ci rimane anche perché il “posto” all’ospedale non glielo ha dato nessuno. E non ha il contratto di collaborazione in quest’Ente o in quella cooperativa. E nemmeno lo vuole quel posto a quelle condizioni, perché prima di tutto viene la dignità.

Quindi, meno parole e più fatti, perché come diceva Paulo Coelho “il mondo cambia con il tuo esempio, non con la tua opinione”. Adesso silenzio, perché di strumentalizzazioni ne abbiamo piene le scatole. E più rispetto, perché è quello che più di tutto manca in questa terra.

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