Le basi morali di una società arretrata: in Calabria il familismo amorale è ancora di casa

Via, uno dietro l’altro, i giovani dei piccoli paesi del Mezzogiorno scappano verso mete in grado di offrire almeno la speranza di inventarsi un lavoro. Perché qui, nei minuscoli centri calabresi, che talvolta hanno meno abitanti di un condominio di una città, non si può stare. Non solo per la mancanza di lavoro e di servizi, ma anche per il disgusto verso un sistema che calpesta la meritocrazia anche se i suoi rappresentanti di questo termine si fanno padroni e proclamatori. Un sistema che umilia i suoi figli migliori ogni volta che un concorso pubblico viene truccato a favore di parenti di politici e amministratori, ogni volta che i dipendenti pubblici si vendono per quattro denari utili a pagare la rata del mutuo, ogni volta che i comitati d’affari agiscono indisturbati.

Se i laureati fuggono da questa terra, è perché assistono inermi all’accaparramento di posti e spazi (spesso da parte di chi laureato non è), perché vedono l’ingordigia di chi vuole fagocitare ogni risorsa, perché sentono la puzza di un potere marcio e famelico abbarbicato a squallide poltrone.

Perché osservano l’ignoranza e l’incompetenza nei ruoli di comando, perché notano l’avanzata dell’analfabetismo funzionale, perché avvertono il dilagare dell’intrigo e dell’imbroglio.

Toccare con mano questa realtà quotidiana fa venire alla mente le parole cristallizzate da Edward C. Banfield più di 60 anni fa nel libro “Le basi morali di una società arretrata”. Studiando un paesino della Basilicata, il sociologo notò il perpetuarsi di una società in cui “nessuno persegue l’interesse del gruppo o della comunità, a meno che ciò non torni a suo vantaggio” e dove “mancherà qualsiasi forma di controllo sull’attività dei pubblici ufficiali” e “sarà molto difficile dare vita, e mantenere in vita, forme di organizzazione”. 

Vale la pena ripercorrere diversi passaggi di queste tesi, che sembrano terribilmente attuali: “in una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qualvolta non vi sia ragione di temere una punizione” e “il familista amorale, quando riveste una carica pubblica, accetterà buste e favori, se riesce a farlo senza avere noie, ma in ogni caso, che egli lo faccia o no, la società di familisti amorali non ha dubbi sulla sua disonestà”. Inoltre, “il familista amorale apprezza i vantaggi che possono derivare alla comunità, solo se egli stesso e i suoi ne abbiano parte diretta”.

Questo tragico scenario non è però immutabile. Va combattuto con ogni forma di denuncia, possibilmente pubblica. I familisti amorali di oggi avranno gioco ancora più facile se prevale la rinuncia, la paura, l’omertà. La Calabria non può più accettare false dinastie che si riproducono con accordi sottobanco, talvolta condotti da teste di legno. È una battaglia che va portata avanti non solo per noi, ma soprattutto per chi verrà dopo di noi: la nostra vita avrà un senso se lasceremo ai nostri figli un valido esempio e l’idea di battersi per la libertà e non quella di sottostare al malaffare.

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