A cosa servirà mai un consigliere comunale? Quali le funzioni che esercita a vantaggio della comunità che rappresenta? In che modo le sue competenze sono tali da essere considerate un valore aggiunto per lo sviluppo di una città? Domande apparentemente banali, ma che in realtà prevedono risposte differenti e correlate a doppio filo al luogo in cui tale ruolo è esercitato. Se, puta caso, l’incarico è assolto in un luogo come Reggio Calabria dove ormai da anni si narrano antiche leggende che rievocano lontani periodi della storia in cui la politica era di casa a Palazzo San Giorgio e, raccontano i sopravvissuti, quel luogo era deputato alla trattazione di questioni che interessavano l’opinione pubblica ed il suo futuro, la carica assume in questa fase un valenza che si trova un paio di gradini sotto lo scantinato della desolazione. A rivendicarne l’ubicazione così modesta non sono i falsi profeti dell’antipolitica, ma gli stessi rappresentanti istituzionali e, come da consuetudine ben consolidata, senza differenza alcuna tra gli schieramenti in apparenza avversari, però abbracciati nel rispetto del medesimo approccio all’attività pubblica. Sono loro stessi, con un operato che non conosce ambizioni, ad assegnarsi nella società un posto svilente e svilito, avvilente e avvilito. L’ultimo, in ordine di tempo, a far precipitare il rango dello status derivante dalla carica in fondo alla buca della degradazione istituzionale è stato Giuseppe De Biasi, portatore del leghismo dai tratti reggini, che ha voluto pubblicamente dare pieno merito al proprio impegno reclamando con austero coraggio l’incisività della sua azione a favore della collettività.
Navigando nella galassia della sua pagina Facebook e caricato il missile con un razzo da far atterrare sul pianeta dell’irrilevanza, si è sentito in dovere, al pari di un Falcomatà qualsiasi, di annunciare al popolo tutto che “grazie alle tante mie sollecitazioni e richieste mirate, a Rosalì sono state cambiate le lampadine non funzionanti, ripristinando così l’illuminazione pubblica, ed è stato migliorato il manto stradale”. Testuale. L’aspetto paradossale, che alla notizia conferisce assieme ilarità e consapevolezza della sua trascurabilità, è, pure in questo caso, fornito dall’interessato: “Certamente non si può esultare troppo per un traguardo ‘ordinario'”. Informato dalla coscienza, mette, quindi, le mani avanti, ma ciononostante non può fare a meno di sistemarsi il fiore all’occhiello e sfoggiare il merito di aver fatto cambiare delle lampadine in una frazione della periferia nord di Reggio Calabria, contribuendo, vieppiù, a stimolare la caduta di qualche badilata di catrame sulla sede stradale. Ognuno bada ad incrementare i consensi con gli strumenti che ha a disposizione e, dunque, mettere a disposizione lo status di cui si gode per “sollecitare” gli uffici adibiti all’espletamento di lavoro dozzinale diventa un’arma convenzionale. Lode e gloria, dunque, al consigliere salviniano, che, già dopo un anno e poco più dall’ingresso nell’Aula della massima Assemblea elettiva cittadina, ha dato prova di sapersi collocare nel solco tracciato da altri suoi colleghi, autentici professionisti del cambio di lampadine: un lavoro da svolgere con metodo e costanza e sul quale non sia mai prevalga né oggi né domani l’obbligo morale di mostrarsi figure meritevoli perché depositarie di idee, non di idee politiche (questa sarebbe un’aspirazione esorbitante), ma di concetti di senso compiuto attinenti ad un disegno qualsiasi, anche in bianco e nero, anche imbrattato, di città.