La stella cometa della politica non passa da qui: la notte in Calabria è sempre più buia

Alcune considerazioni a margine del rapporto, immutabilmente ambiguo e mediato dall’informazione, tra classe politica ed opinione pubblica in Calabria. Una relazione conflittuale solo all’apparenza, ma in realtà votata al più classico del “vivi e lascia vivere”. In questo caso, tuttavia, non rilevano le trite e ritrite convinzioni secondo cui la sfera della comunicazione è, sempre e comunque, asservita agli interessi particolari di questo o quell’esponente politico. Né, tanto meno, interessa il vittimismo della maggior parte di “lor signori” che, di fronte ad un qualsiasi attacco, si nascondono dietro il muro di cartapesta del presunto odio personale nutrito dal giornalista Tizio nei confronti del “ras” Caio. No, quello che è opportuno mettere in evidenza all’avvio di una campagna elettorale che si presenta squallida e povera di contenuti come poche altre nella storia,nella nostra regione come nel resto d’Italia, è l’assoluta indifferenza nutrita, con pervicace insistenza, dal popolo nei confronti di una qualsiasi attività di tutti i rappresentati delle istituzioni democratiche. Due pianeti, quello degli eletti e quello degli elettori, che ormai orbitano nello spazio di galassie distinte e distanti. Quello di una testata giornalistica on line è, a tal proposito, un osservatorio privilegiato e, in una sorta di avviso ai naviganti, informiamo il consigliere, l’assessore ed il sindaco, il deputato, il senatore ed il presidente, qualunque sia la loro identità, qualunque sia la loro appartenenza politica, che delle loro acrobazie verbali ad uso e consumo dei loro micro mondi, non importa niente a nessuno. I numeri sono lì a testimoniarlo: muti, eppure scolpiti nella pietra dell’oggettività, dimostrano un distacco condito solo da un rancore collettivo giustificato solo in minima parte dall’insipienza di amministratori a qualsiasi livello. I lettori sono interessati davvero a tutto, tranne a ciò che ha da dire la politica: non è un bene, per niente, ma tant’è. Si badi bene che, se si è arrivati a questo punto così basso, la responsabilità è ascrivibile a tutte le parti in causa: ai rappresentanti che troppo spesso hanno dimostrato indegnità nel ricoprire i ruoli ai quali sono stati chiamati, perdendo progressivamente la credibilità necessaria per essere ascoltati con attenzione e, perché no, con passione; alla “gente” che con altrettanta irresponsabilità si limita ormai ad ululare insulti all’indirizzo di chiunque impersoni il ruolo di “potente”, salvo brigare per trovare ai “piani alti” un contatto utile al fine di soddisfare un favore, piccolo o grande che sia; ai media che con la medesima superficialità si concentrano sul pettegolezzo, arma di distrazione di massa, scegliendo il basso profilo del “teniamo famiglia”. Una poltiglia melmosa nella quale sono rimasti invischiati in tanti e, ai nastri di partenza della corsa verso il Parlamento, è bene che i “concorrenti” lo sappiano: si sforzino meno nella stesura di comunicati banali, buoni solo a riempire qualche riga e che nessuno leggerà e dirottino le loro attenzioni verso uno studio, serio, della società di cui essi stessi (teoricamente) fanno parte, così da individuare soluzioni adatte alla drammaticità dei problemi vissuti sulla carne viva di ciascuno. Compito improbo, certo, perché la cifra peculiare di questa epoca sdrucciolevole è la debolezza, ormai strutturale, dell’azione politica. Una fragilità evidente a chiunque, politici in primis, ridotti ormai a soggetti che denunciano questo o quel problema senza, tuttavia, avere la possibilità e la forza per modificare il destino di una comunità. Facilitatori nella soluzione di facezie quotidiane, questo sono diventati, soprattutto a queste latitudini: troppo “piccoli” ed insignificanti rispetto alla vastità delle drammatiche contraddizioni del nostro tempo. Sarebbe il caso, allora, di intraprendere anche in Calabria l’unico percorso possibile: quello illuminato dall’autorevolezza,  battuto da persone serie, animate dalla consapevolezza che non esiste un popolo indistinto, ma interessi conflittuali e divergenti tra gruppi più o meno organizzati. Compito della politica, quella consapevole del proprio ruolo almeno, è proprio quello di regolare quelle stesse divergenze, quegli stessi conflitti. Negarlo o nasconderselo, per indossare i panni degli incantatori di serpenti è una colpa grave da cui non è esente, ovviamente, una società (in)civile che si lascia abbindolare da promesse personali disoneste e/o irrealizzabili e preferisce drogarsi con le proprie frustrazioni egoistiche, convinta di assolvere al proprio compito agitandosi sui gradoni del Colosseo da cui osservare, con odio viscerale, i “gladiatori del nulla”.

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