La scomparsa del Pd e le guerre fratricide: questa non è politica

Raccontare le quotidiane diatribe nel Pd è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. La sindrome autodistruttiva che affligge il Partito talmente democratico da consentire qualsiasi tipo di linguaggio è arrivata ad un punto critico: le contestazioni reciproche senza riconoscimenti di ruoli che proliferano come i funghi in una piovosa stagione autunnale pongono il sigillo alla fine di una compagine che meno di 5 anni fa aveva superato il 40%. Altra epoca: allora c’erano potere e poltrone da spartire, onorevoli da lodare senza spirito critico, sotto quell’egida renziana che oggi sembra essere rinnegata in maniera assai più rustica rispetto a San Pietro.
In Calabria, e più in particolare nel Vibonese, lo scenario assume sembianze vietnamite con imboscate e guerriglie, dichiarazioni che hanno come bersaglio non chi milita in una coalizione opposta ma il “compagno” (mai termine fu più azzeccato) di banco. Sullo sfondo rimangono legami ed interessi al cui confronto il celebre “accorduni” delle elezioni provinciali del 2014 pare essere un episodio insignificante.
Dopo la fragorosa caduta di Bruno Censore c’è stato un “liberi tutti”, cioè ognuno non solo si è sentito assolutamente privo di doveri e responsabilità della sconfitta ma anche autorizzato a cercare un miglior offerente. Preso atto che Michele Mirabello non ha il taglio politico dell’ex leader serrese e che le elezioni regionali a sinistra non promettono nulla di buono, è partita la corsa all’occupazione di altre caselle.
Questi atteggiamenti sono una parte di ciò che ha provocato la fuga dell’elettorato dai partiti tradizionali o comunque dai personaggi già messi alla prova: i cittadini ormai preferiscono votare uno sconosciuto, capace o meno, pur di non far ritornare fra gli scranni chi non ha soddisfatto le aspettative (ma forse sarebbe meglio dire la “pancia”) di chi è passato dalla considerazione marginale del diritto di voto all’interpretazione dello stesso quasi come giudizio inappellabile.
La politica, quella vera, però, non è la brutta copia del mercato delle vacche: è competenza, serietà, realismo, legami con il territorio, ideali. E l’elettore dovrebbe valutare la classe politica riconoscendo anche le eventuali proprie “colpe”, che a volte si sono materializzate con il voto in cambio di quel favore (promesso o concretizzato) che oggi si fa finta di disconoscere.
Il Pd ha fallito, questo è sin troppo chiaro. Ma la soluzione non è affogare la politica preferendo chi fa della gazzarra uno stile su cui costruire (alla faccia di chi è stato proprio per questo biasimato) una carriera.

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