La riflessione dell’avvocato Tuccio sulla denuncia di Alemanno che grida umanità e sulla sete di giustizia che ha Reggio

di Luigi Tuccio, Avvocato – È passato un decennio da quando il detenuto Totó Cuffaro, dal carcere di Rebibbia, denunciava “l’ipocrisia di un Paese che si iscrive tra quelli che chiedono una moratoria per la pena di morte e nel contempo mantiene l’ergastolo che è una morte con una lunghissima pena”.


Un decennio dopo, il detenuto Gianni Alemanno, da diversi mesi ormai, lancia grida di dolore e sofferenza non già per la propria condizione detentiva, che affronta con resilienza e dignità, ma per portare la voce delle decine di migliaia di detenuti che vivono la propria detenzione in una condizione di estrema disumanità all’interno di strutture fatiscenti, in esubero numerico, priva delle più elementari strutture igienico sanitarie, che vanno dalla carenza di acqua corrente e di ventilazione (se proprio non vogliamo parlare di climatizzazione) ad adeguate derattizzazioni e deblattizzazioni oltre a vettovaglie che siano degne di questo nome.
Ed in tale contesto non vanno dimenticati anche tutti gli operatori giuridico penitenziari, che vanno dagli agenti di polizia penitenziaria ai dipendenti amministrativi ed al personale sanitario e parasanitario operante all’interno delle stesse fatiscenze caratterizzanti gran parte delle realtà carcerarie italiane, reggine comprese.
E allora occorre uscire fuori dall’ipocrisia di facciate e dei tappeti rossi, propri dei momenti celebrativi e chiedersi se, nella quotidianità della realtà detentiva, il diritto continui a dimorare nelle stesse strutture.
E non è più tempo di aprire processi per colpevoli o ritardi ed impegni disattesi dalla politica in generale e men che meno denunciare l’ennesima assenza di copertura finanziaria, in un contesto in cui il mondo continua ad individuare finanziamenti per riarmi di guerre che non ci appartengono.
La soluzione da adottare appare ancora una volta dettata dalla capacità di dare ascolto all’allarme sociale, nutrito da quella confusione valoriale che non riesce a mettere sullo stesso piano il rapporto sicurezza-diritti umani.
Già, perché anche un detenuto, seppur ergastolano, continua ad essere una persona umana, la cui dignità deve continuare ad essere tutelata ed allora è impossibile ipotizzare che un Paese civile non riesca a concretamente aggrapparsi alla propria Costituzione e prevedere un più facile ed agevole approccio al sistema delle pene alternative, non solo devolute alla fase dell’esecuzione della pena, ma già ipotizzabile anche in quella cautelare.
Sono ormai diventate innumerevoli le esperienze drammatiche di soggetti sottoposti alla tortura della carcerazione preventiva, con annesso sequestro (rectius: distruzione!) delle proprie aziende, per poi essere assolti “per non avere commesso il fatto” e semmai sperare in qualche spicciolo di indennizzo per ingiusta detenzione.
Per non parlare della “morte politica” di chi viene trascinato nell’immancabile operazione giudiziaria, sistematicamente demolita nel merito perché “il fatto non sussiste”.
Tutto ciò non fa che alimentare le distanze ormai siderali tra il cittadino e la fiducia verso le istituzioni, alimentando rancorosi sentimenti che tristemente conducono allo smarrimento del senso dello Stato.
In questo contesto Reggio Calabria vive e soffre una atavica condizione di sofferenza sociale per la presenza e la prepotenza di organizzazioni mafiose che minano le stesse strutture rappresentative istituzionali, oltre che esercitare un preoccupante controllo delle dinamiche economiche e finanziarie.
Tuttavia non è tutto mafia, come uno dei tanti magistrati prestati alla politica ha teorizzato per chiari fini autocelebrativi.
E le recenti cronache giudiziarie, relative ad ennesima assoluzione, con distruzione dell’azienda del malcapitato di turno, che non cito nel rispetto della privacy, testimonia quanto Reggio abbia sete di giustizia e di sicurezza, per cui appare oltre modo difficile avviare approfondimenti sui temi che riguardano la detenzione, per un malinteso rapporto nell’equazione tra il valore della sicurezza ed il diniego radicale dei diritti costituzionali in favore del detenuto ed anzi del semplice indagato.
Ed allora non si può rimanere silenti dinanzi a tale realtà; non ci si può voltare dall’altra parte e non volere ascoltare come proprio dal carcere emerga una forte necessità di dialogo, sia per fare conoscere a chi “sta dentro” la sofferenza prodotta alla parte offesa, sia per dare concretezza all’esigenza di sostegno al detenuto che, attraverso una condizione di detenzione umana, sia veramente proteso a reinserimento sociale e lavorativo.
“L’inumanizzazione” non condurrà mai il detenuto, impegnato a sopravvivere, ad una riflessione seria e responsabile sulla conseguenza del reato, magari attraverso quelli che sono i principi cardine della nuova mediazione penale.
Va previsto, a tal fine, un percorso di indennizzo della parte offesa del reato, quand’anche essa fosse lo Stato, ed il reinserimento del detenuto nella società, che non avverrà certamente attraverso l’allontanamento dal territorio e la “inumanità” delle condizioni carcerarie.
E’ soltanto attraverso la creazione di un nuovo modello di vita, compiuto attraverso la formazione culturale e lavorativa o anche attraverso lavori di pubblica utilità, che può avviarsi quel processo di recupero sociale che certamente non avverrà mai gettando via la chiave……
Umanità non è compassione, ma è comprendere le ragioni dell’”Altro” genericamente inteso, individuandolo come essere umano degno di dignità, ascolto e possibilità di trasformazione.
Umanità non è distinzione tra detenuti e società civile, fuori le mura del carcere.
Le vere prigioni non hanno alte mura di cinta, ma sono le prigioni dei vizi, delle paure, dei pregiudizi, del disinteresse e dell’incapacità di dialogare.
Umanità può anzi deve fare comprendere al detenuto l’errore ed il danno prodotto, fare certamente accettare la detenzione, ma anche concedere ascolto e non solo sorveglianza; evidenziare responsabilità e non solo punizione; offrire opportunità concrete di riscatto: attraverso lavoro, formazione, e contatti umani autentici, alimentando relazioni sociali con l’esterno ed opportunità di volontariato, naturalmente mantenendo ferme le esigenze cautelari ed istruttorie, in ordine alla carcerazione preventiva, attraverso la rigida interpretazione della norma che la disciplina.
In assenza di tutto ciò, il carcere alimenta disperazione e recidiva, aggressività e logica di neo appartenenze.
E’ solo l’umanità a creare lo sbarramento tra passato e vita nuova.
Ma, dall’altra parte, di quanta umanità necessita la cosiddetta “società civile”?
Quanta ipocrisia a fronte delle realtà carcerarie, come se fosse una discarica etica dove buttare via le persone scomode.
La società ha bisogno di rivedere i concetti di giustizia, perdono, fragilità, e chiedersi: “Se fossi io il caduto, come vorrei essere trattato?”
Ha ragione Francesco Storace quando dice che è troppo facile l’accusa di occuparsene perché stavolta tocca a “ uno di voi” ma forse proprio per questo occorre prendere maggiormente atto della questione, perché “uno di voi” oggi riesce a dare voce amplificata alla realtà silenziosa che si consuma nelle strutture carcerarie, mentre il mondo istituzionale, fatto da fastidiose meteoriti di lampeggianti blu e drappi rossi, non è riuscito ad ascoltare.
La questione della certezza della pena e della autorità dello Stato non va confusa con autoritarismo e vendetta in nome e per conto dei cittadini!
Le condizioni denunciate dalla realtà carceraria, soprattutto in questa situazione di caldo anomalo che investe detenuti e strutture, siano ascoltate dallo Stato che, per un verso, ipocritamente, si pone in antitesi alla pena di morte ed alla tortura medievale, ma invece si gira dall’altra parte attraverso il volto della disumanità che vige all’interno dei propri meandri carcerari.
La tortura non porta al miglioramento sociale ma all’incattivimento dei propri cittadini soprattutto alle nostre latitudini, dove lo Stato continua a latitare quanto a politiche occupazionali e sociali.
Reggio, in particolare, deve individuare percorsi definitivamente risolutori del problema della disoccupazione e della disparità economico sociale, vera genesi delle realtà delinquenziali, attraverso una parificazione, vera e non meramente declamata!, dei livelli minimi economico sociali, che potrebbero per esempio partire dalla creazione di un fondo di solidarietà, mensilmente alimentato con rinuncia volontaria di parte degli emolumenti del sindaco, degli assessori e dei consiglieri comunali, in una logica che il Polo Civico ha già ampiamente evidenziato.
Il lavoro libera l’Uomo! Piaccia o non piaccia….

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