La prova generale verso le Comunali: Cannizzaro misura la città (e il centrodestra)

Da anni, per le vie della città, nelle fitte conversazioni private e nei pochi appuntamenti pubblici, non si pensa ad altro: come creare, e soprattutto realizzare, una netta cesura con una stagione, quella falcomatiana, meschina nei suoi protagonisti e nelle sue (in)azioni. Da undici anni, in mezzo ad occasioni perse e strade imboccate guardando solo al proprio interesse, il chiodo fisso è uno ed uno solo: consegnare alla raccolta infelice dei film orridi attorucoli e trame dell’inverno falcomatiano. E finalmente, in una tiepida serata di metà ottobre del 2025, i titoli di coda hanno iniziato a scorrere sotto gli occhi di un popolo, quello reggino, che sogna e pregusta con golosità il momento in cui potrà mettere fine al suo incubo. Le prime due parole, perché è opportuno essere consapevoli che si tratta solo delle prime due parole, hanno un suono rotondo: «Sono pronto». Pur avendo squarciato il cielo cittadino, quelle pronunciate dal palco allestito a Piazza Duomo da Francesco Cannizzaro, non equivalgono, ancora, a una candidatura. Non è certo un annuncio, non è certo una notizia, ma un segnale quello sì: fortissimo e chiarissimo.


Un messaggio calibrato, prima di tutto, per il centrodestra: una chiamata a raccolta delle truppe, un test di lealtà e di presenza, un modo per contarsi fuori dalle urne, nei luoghi reali della città. Un modo, neanche troppo velato, di marcare il territorio: osservateci, perché potremmo davvero scendere in campo direttamente, senza intermediari, senza filtri, senza convocare luogotenenti o improbabili rappresentanti della società civile. Si misura, con questa mossa, l’effetto che fa, si prepara il terreno psicologico a ciò che, presto, potrebbe divenire realtà.

Il peso della decisione è ora tutto sulle spalle di Francesco Cannizzaro. E la questione non è di poco conto. Se un deputato del partito a Reggio Calabria più potente della coalizione, uomo di vertice nel gruppo parlamentare di Forza Italia, figura di riferimento nazionale e Segretario regionale, decidesse di assumere la guida della città dopo undici anni di vuoto politico-amministrativo, nessuno avrebbe la forza — né la stoltezza — di frapporsi.

Non è una sorpresa. Da tempo la voce corre, rapida e insistente, dai piani alti della Capitale, là dove si scrivono (o si cancellano con colpevole leggerezza) i destini di Reggio. Ora quella voce ha preso corpo. E in riva allo Stretto, per la prima volta dopo anni di torpore, è possibile guardare all’orizzonte con una certezza: la stagione falcomatiana è al tramonto definitivo, ultimo.

La “banda Falcomatà”, con il suo esercito di improvvisati e mediocri, sta per essere consegnata all’oblio. Gli uomini e le donne che, in una sorta di selezione al contrario, hanno sbriciolato la città, torneranno alla loro dimensione naturale: funzionari di piccolo cabotaggio, impiegati senza missione, professionisti di facciata. Figure che il tempo rimetterà al loro posto, nel magazzino claustrofobico della storia minore da dimenticare senza sforzi.

Il contrappasso, va detto, è evidente. Dopo il clamoroso errore del 2020 — quando Cannizzaro non riuscì, o non volle, imporre una candidatura del territorio, lasciando spazio a scelte romane che produssero il fallimento Minicuci — oggi il terreno è diverso. Questa volta il passaggio è calcolato. Nessun alibi, né per lui né per il suo partito, a maggior ragione dopo quanto proclamato dal palco di Piazza Duomo. Tanto più che Fratelli d’Italia, su queste sponde, non esiste: una presenza evanescente, un partito che altrove trionfa e qui, invece, non ha lo straccio di una degna rappresentanza. Per fortuna i numeri delle Regionali confermano che il centrodestra è autosufficiente: non ha bisogno delle stampelle traballanti dei meloniani reggini.

Cannizzaro, del resto, diciamolo senza giri di parole, oggi non può più cedere il passo nella sua città. E’ la sua traiettoria personale e politica ad imporglielo, soprattutto dopo che la storia gli ha consegnato un potere costituito da una rete particolarmente robusta. Da Strasburgo, con Giusi Princi, a Catanzaro, con Roberto Occhiuto, fino a Roma, dove è ormai interlocutore stabile, la sua catena di comando è completa.
Manca solo l’ultimo tassello: Reggio Calabria.

Diventare sindaco metropolitano significherebbe chiudere il cerchio e concentrare, grazie alle deleghe regionali, un potere di fare e trasformare che la città non ha mai conosciuto. Sarebbe, inoltre, l’occasione di prendersi l’ennesima rivincita su chi, fin dagli inizi, lo considera un “sempliciotto dell’Aspromonte” da valutare con sufficienza, salvo poi rimanere in silenzio davanti alle ondate impetuose sollevate dalle preferenze che inesorabilmente raccoglie ad ogni tornata elettorale.

A dare ora ulteriore solidità all’alleanza è, per ovvie ragioni, la forza di Occhiuto, determinato a regalare il proprio massiccio consenso anche alle Comunali. È un’operazione politica, con simili fattezze, di portata nazionale: un’asse compatto, lucido, con l’obiettivo di stravincere, spazzando via gli ultimi residui di un potere amministrativo incolto e arrogante che per undici anni ha saccheggiato la città.

Il 6 ottobre, d’altronde, le urne reggine hanno parlato chiaro. A votare per il centrosinistra sono rimasti soltanto i beneficiari diretti di favori e clientele. Tutto il resto — la parte viva, produttiva e pensante di Reggio — ha voltato pagina. È confluito altrove, in chi non vuole più neppure sentire nominare coloro che, dal 2014, hanno calpestato speranze e tradito futuro.

Emblematica la miseria delle preferenze raccolte da Falcomatà e dai suoi fedelissimi, di ieri e di oggi. Alcuni si sono dileguati, altri sono stati allontanati. Cambia poco. Il giudizio popolare è irrevocabile.
Perché il popolo, quando punisce, non concede appelli.

Contenuti correlati