La politica reggina è ripartita da occasioni mancate e nuovi protagonisti

Questa consiliatura sarà solcata da tre diverse opposizioni

Ora che anche il Consiglio comunale si è insediato ufficialmente è tempo, per il sindaco di Reggio Calabria, e di conseguenza per tutti i livelli e tutte le anime della città, di modificare drasticamente l’andazzo penoso degli anni del primo mandato esercitato da Giuseppe Falcomatà.

L’approccio, psicologico e pratico dal quale partire, è uno ed uno solo: il sindaco, pur rieletto, gode di un consenso ridotto ai minimi termini e, se nella mischia disordinata dei voti ottenuti riuscisse a scorgere anche i tanti piovuti sul suo capo solo perché una parte degli elettori ha rifiutato, a priori, l’alternativa rappresentata da Antonino Minicuci, capirebbe che la discontinuità promessa non è da interpretare come una sua gentile concessione, ma una necessità inderogabile imposta dagli eventi. Questa constatazione se ne porta appresso diverse altre, sul piano fattuale, che già in occasione della prima seduta del Civico Consesso avrebbero potuto dare un senso concreto a pensieri e parole espressi dai diversi protagonisti sul palcoscenico. La programmata elezione, a maggioranza, di Enzo Marra, nuovo presidente della massima Assemblea elettiva cittadina, rappresenta la prima occasione mancata sia per il “nuovo” centrosinistra millantato dal sindaco, sia per Saverio Pazzano. A differenza di sei anni fa, quando l’Aula, unanime, accordò il suo consenso in direzione di Demetrio Delfino, in questa circostanza essa era spaccata e in una situazione completamente diversa rispetto ad allora. Sarebbe utile rendersi conto il prima possibile che, come mai accaduto in passato, questa consiliatura sarà solcata da tre diverse opposizioni. Accogliere la proposta formulata da Minicuci di concedere l’organismo terzo della presidenza del Consiglio comunale ad un rappresentante della minoranza avrebbe dimostrato, in virtù di tale presupposto, acume politico ed un sincero spirito di condivisione partecipata, tanto più richiesti in un’epoca di emergenza quale quella vissuta da marzo. Così non è stato e la lungimirante richiesta avanzata dal già candidato a sindaco per il centrodestra è stata ghigliottinata dalla sete della maggioranza di occupare tutti gli spazi disponibili, senza mollare nessun osso. Un comportamento che avrebbe dovuto indurre Pazzano a non cedere alla tentazione di rendere semplice la vita ad una compagine che, tetragona rispetto a suggerimenti provenienti dall’esterno e funzionali a creare un clima di concordia, persiste in quella chiusura a riccio responsabile dei peggiori disastri del quinquennio (più appendice) precedente. Non fosse stato per il suo voto favorevole, il centrosinistra avrebbe dovuto soffrire l’attesa di una terza votazione, da svolgersi tra una settimana, per nominare (perché di questo si tratta) il “suo” presidente. Rottura e discontinuità non sono concetti vacui, ma mine da disseminare ovunque per far esplodere le contraddizioni e le incoerenze degli avversari. Una strategia che non ammette deroghe, in generale e nel caso specifico di un’alleanza che, per anni, ha fatto dell’autoreferenzialità la propria unica bandiera. L’obiezione circa l’evidenza storica che così è sempre stato, con qualunque maggioranza, non regge, proprio perché diverse sono le condizioni politiche e sociali presenti. L’amarezza causata dalla sconfitta del buonsenso e del coraggio è, tuttavia, addolcita, dalla speranza, animata dai veementi interventi dello stesso Minicuci e di Nicola Malaspina, che a questo giro di valzer il centrodestra saprà ballare seguendo il ritmo tambureggiante di un’opposizione degna di tal nome. “Il tempo dei soloni e dei tromboni che escono sui giornali, ma che non hanno né voti né aderenza con la realtà, è finito. Si candidino e vedremo la loro consistenza”: questo il grido di battaglia dell’ex direttore generale del Comune di Genova che ha capito quanta inutile zavorra parolaia appesantisca l’affannoso, e come si è visto rovinoso, cammino del centrodestra reggino. Si colloca in questo contesto di nuova consapevolezza la scelta di non aderire al Gruppo consiliare della Lega, ma a quello Misto: un gesto simbolico volto a prendere le distanze dall’inservibile marchio salviniano e ad esercitare, senza tentennamenti, la leadership dell’opposizione di centrodestra consegnatagli dalle urne. Non è il caso di indugiare con sofismi politologici di bassa lega, è l’ora della battaglia, quella stessa battaglia annunciata da Malaspina, quella stessa battaglia che vedrà protagonista certa Filomena Iati, la consigliera comunale entrata in Consiglio al posto di Angela Marcianò. La docente universitaria è stata sospesa per 18 mesi in seguito agli effetti della Legge Severino prodotti dalla condanna, inflittale in primo grado, per la vicenda dell’affidamento del “Miramare”. E’ stata la sola ad aver scelto il rito abbreviato, è la sola, al momento, ad aver pagato sulla propria pelle le conseguenze di una delibera oggetto di inchiesta giudiziaria. E’ di tutta evidenza, visti gli esiti dirompenti tali da produrre un vulnus alla Democrazia ed insiti nella medesima Legge Severino (preso atto della pienissima legittimità dei verdetti e degli atti successivi), che le residuali quote di credibilità nel sistema giudiziario dimorano nell’urgenza di procedere con il rito ordinario. Un processo che vede sul banco degli imputati il sindaco Giuseppe Falcomatà e gran parte della Giunta in carica fino al tardo autunno del 2016. Cincischiare con le date, dilatare i tempi tra un’udienza e l’altra, senza avvertire il peso gravoso di compiere tutto ciò che è necessario per arrivare a sentenza, scongiurando il rischio diabolico della prescrizione, sarebbero colpi mortali inferti all’ossequio dovuto dall’opinione pubblica all’inesorabile Legge del Diritto.

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