La falsità fatta Sistema

Ammettiamo, e concediamo pure, che per una volta sia da sposare il pensiero partorito dalla mente, fervida d’immaginazione e di narrazioni fantasiose, di Giuseppe Falcomatà. Il sindaco di Reggio Calabria, stamane, mentre i magistrati fornivano i dettagli del marciume che fuoriesce dalle urne allestite per il rinnovo del Consiglio comunali ed il cui esito si è concretizzato nella sua riconferma a Palazzo San Giorgio, consegnava deleghe per la gestione della Città Metropolitana a sinistra e a manca. L’occasione sarebbe stata propizia per urlare tutto il suo risentimento per una storiaccia che puzza di malaffare spregiudicato ed imperdonabile trascuratezza e, invece, il Primo Cittadino, ha raccontato un’altra delle sue leggendarie favolette che con la realtà, in quanto tali, non hanno nulla, ma proprio nulla, a che vedere. Una minimizzazione degli eventi che non trova giustificazione nemmeno nel terrore galoppante a causa delle ombre sempre più alte sulle pareti del Municipio.

Sta di fatto che Falcomatà ha garantito, nemmeno inconsciamente ma con piena convinzione, circa una regolarità sostanziale del voto dello scorso autunno. Ci ha, infatti, rassicurato in merito sostenendo la tesi, invero tanto, tanto singolare, che l’indagine riguarda soltanto un centinaio di voti (!!!) poiché il resto dell’elettorato ha votato secondo regolari procedure. La reazione più immediata è quello di un naturale sgomento: può mai essere tollerato che un’istituzione sia rappresentata al suo livello apicale da tanta penuria di sensibilità politica? No, non è tollerabile, perché non è tollerabile che indossi la fascia tricolore chi non attribuisce un’aura di sacralità ad ogni singola preferenza, soprattutto se la somma di quelle preferenze lo ha premiato (con suprema incredulità di chiunque). Un’incredulità comune che, ad ogni passaggio dell’inchiesta, tende a scemare avvicinandosi con fatalità implacabile verso la netta precisione dei suoi veri tratti. Un mercimonio di sezioni come fossero ciliegie, messo in atto nelle stanze comunali; una Commissione elettorale con le porte girevoli; fedelissimi dell’avvocato Nino Castorina, all’epoca dei fatti leader del centrosinistra nella massima Assemblea cittadina, che, con modalità del tutto informali e contrarie ad ogni protocollo, spuntavano come funghi velenosi nel ruolo di scrutatori e presidenti di seggio e trattavano la “cosa pubblica” come fosse casa, e cosa, loro La Procura della Repubblica, del resto, oggi come a dicembre quando è stato raggiunto il primissimo step dell’indagine, ha battuto il tasto su un “sistema” che “non è mai stato contrastato da chi poteva farlo all’interno dell’Amministrazione”. Collaudato già a partire dal 2018 e ben diverso da qualcosa di “estemporaneo”, come beoti e bugiardi si impegnano, vanamente, a far credere in queste ore, in questi giorni, in queste settimane, in questi mesi. Insomma, eventi eccezionali per la tenuta democratica, ma, pur persuasi da questo convincimento, sarebbe inutile, anche dopo i provvedimenti restrittivi eseguiti poche ore fa, sollecitare le dimissioni di nessuno, men che meno, dei consiglieri della minoranza: non capire di politica è un fatto indiscutibile, anche irrilevante se solo da essa si stesse debitamente alla larga, ma tant’è, questo è quello che passa il povero convento della politica reggina. Lasciamo che, oltre alle teste pensanti fuori dall’Aula intitolata a Piero Battaglia, continuino a gridarlo ai quattro venti le teste pensanti, che pure abitano le nostre lande e, all’interno di essa, la sola, coraggiosa ed ostinata, Filomena Iatì. Gli altri restino pure accovacciati sotto l’alberello della “fiducia nella magistratura” che tra qualche anno certificherà in via formale quanto oggi sanno anche le pietre del Lido comunale, quello accanto al quale il sindaco, al termine della campagna elettorale per il ballottaggio, si è fatto vedere dagli aficionados per mostrare una scalinata incompiuta. Lui, il Primo Cittadino che, con una avventata arrampicata sugli specchi scivolosi dei fatti, persiste nella tana della delusione a cui lo ha condannato Nino Castorina nei confronti del quale nutriva (appunto, il termine che ritorna in tutta la sua sterilità) “fiducia”. In questo caso sarebbe addirittura preferibile che Falcomatà mentisse, perché se, davvero, scoprissimo che qualcuno si fida, o si sia fidato in passato, dell’ex campione del PD e del centrosinistra locale, saremmo in guai seri: un’idea da scacciare mentre, con gli occhi sgranati per l’angoscia e con le dita paralizzate dal turbamento, restiamo in attesa di qualcuna delle molteplici querele minacciate da Castorina. Nel frattempo, per ingannare il tempo, continuiamo a leggere l’ordinanza di custodia cautelare (la seconda per lo scandalo dei brogli e da aggiungere anche ad una richiesta di rinvio a giudizio per l”inchiesta “Helios”), emessa a suo carico.

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