La debolezza della politica e l’esagerazione dei comitati: quando la democrazia viene oscurata dal “qualunquismo”

Sarà impopolare perché va contro “il sacro principio della lamentela gratuita”, sarà controproducente perché oggi spezzare una lanciata per la politica viene quasi interpretato come farlo a favore del crimine. Ma la funzione di un giornale non è tanto quella di ricercare accessi, quanto quella di informare, raccontare, interpretare fatti e situazioni. E ancora: tenere distanti fatti ed opinioni, senza però rinunciare a queste ultime.
Motivo di un editoriale (non di un articolo) è quello di dare una propria visione su un contesto o una situazione specifica.


La domanda del caso è: può un consigliere comunale, provinciale o regionale esprimere un parere sulla viabilità e chiedere interventi in merito? Interrogativo che, prima della risposta, ne stimola un altro: ma davvero siamo arrivati a questo punto?
La risposta dovrebbe essere scontata: certo che un rappresentante del popolo (non un usurpatore o un dittatore), democraticamente eletto, e dunque espressione del consenso, può farlo.
Il problema è che la politica è diventata talmente debole e si è talmente autoscreditata che oggi un rappresentante istituzionale rischia di essere messo all’angolo addirittura per una richiesta a favore dei cittadini.
A silenziare il politico-amministratore sono spesso dei comitati. Qui occorre fare subito una distinzione: ci sono comitati che realmente credono nell’obiettivo da raggiungere e si battono con passione per centrarlo, che forniscono resoconti sulla propria attività informando puntualmente i cittadini (e che, a loro volta, non meritano di essere silenziati dalla politica); ci sono comitati nati per avere visibilità, per ottenere obiettivi diversi da quelli enunciati o anche per sostituirsi a coloro che si propongono di (ab)battere, che fanno “politica”.
I toni alti attecchiscono chiaramente meglio delle pacate riflessioni in chi, anziché pensare prima di parlare, va avanti per slogan, frasi fatte, proteste per avere diritti senza osservare doveri.
Il proliferare di comitati (ribadiamo il concetto: il nascere di comitati funzionali alla causa è senz’altro positivo oltre che auspicabile) dotati di una buona dose di arroganza è favorito dalla perdita di credibilità della politica, che ha ormai perso la sua capacità di “formare” ed è divenuta (purtroppo) una scuola per “arrampicatori sociali”.
Altra agevolazione al prevalere di chi pretende di tappare la bocca agli eletti è quella che discende dall’inconsistenza politica di partiti e coalizioni. Rimanendo al caso degli scontri del consigliere regionale Luigi Tassone con alcuni comitati (lasciamo ai lettori il giudizio, caso per caso, su chi abbia ragione e chi torto), viene da chiedersi: perché nessuno della sua compagine è intervenuto per ripristinare quelle che vengono considerate regole democratiche? La risposta è semplicissima: per mancanza di formazione politica e per paura di entrare in un’arena. Paura che un politico di rango non ha, perché la forza delle argomentazioni e la convinzione delle proprie idee è (dovrebbe essere) ciò che muove l’azione di chi si confronta con il pubblico.

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