La coraggiosa follia di rimanere in Calabria: istruzioni per l’uso

Dovrebbe essere un’aspettativa normale quella di creare una famiglia, farla crescere e realizzare nella propria terra. Invece, qui in Calabria, ciò che altrove è scontato si trasforma spesso in un’impresa eccezionale le cui componenti essenziali sono l’idoneità a convivere con la sofferenza, la capacità di resistere alla sorte, le spalle larghe ed uno stomaco di amianto. Perché digerire le ingiustizie quotidiane, in un angolo di mondo in cui i rapporti sociali sono malati al pari del sistema di selezione della classe dirigente, è più difficile che trovare un posto di lavoro che possa dirsi tale. A queste latitudini istruzione e formazione professionale assumono le sembianze di piccoli e insignificanti dettagli al cospetto della cultura della “spintarella”, della “raccomandazione”, del “favore” da chiedere al potente di turno. Che, a sua volta, pratica lo schema della “promessa”, dell’ “aspettativa”, della “fidelizzazione”. La meritocrazia scompare, spesso sopraffatta dalla rassegnazione: o ci si accontenta di un apparato socio-economico basato sul “rendimento” della politica, sullo sfruttamento dell’operaio o della commessa e sulle pensioni dei familiari più stretti o si raccolgono abiti e speranze in una valigia comprata dai cinesi e si stacca un biglietto di sola andata verso destinazioni lontane. Con le conseguenze e le possibilità che ne derivano: tanti cari saluti agli affetti ed ai luoghi della propria infanzia e via verso un Paese in cui le strade, la sanità ed il lavoro ci sono davvero. Via verso una meta in cui non chi s’inchina, ma chi s’impegna, chi migliora, chi guarda al futuro viene premiato. Una mesta riflessione fa da sfondo alla decisione da prendere: i sacrifici di tanti anni sulle scomode scrivanie degli alloggi universitari o accanto agli attrezzi delle residue botteghe che ancora custodiscono i segreti dei mestieri forse non voleva la pena di compierli. O forse sì, perché in un vetusto appartamento diviso con altri 8 conviventi, zeppo di polvere ma anche di sorrisi, così come al servizio di un datore di lavoro chiamato “mastro” si impara prima di tutto a non arrendersi mai, a fare a sportellate, a “vivere” in mezzo agli altri. Si impara a proseguire, qualunque cosa accada. Ecco allora la “terza via”: soffrire in silenzio finché non ci s’inventa la soluzione, sfidando le paure nascoste e rimanendo fedeli ai propri ideali. Sapendo bene che le uniche risposte da dare sono quelle alla propria coscienza. E sapendo bene che il rischio di fallimento è elevatissimo.

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