La coerenza è la virtù degli imbecilli, ma anche l’incoerenza non scherza

I fatti sono ostinati e come tali tutto travolgono, anche l’odio irriducibile, anche la cattiveria feroce, anche la presunzione funesta. I fatti, tanto per restare nel perimetro angusto delle frasi fatte ché al cospetto dei Profeti dell’Ipocrisia non serve nemmeno sforzarsi particolarmente, sono duri a morire, al pari delle idee potenti che reggono perfino l’onda d’urto delle bassezze umane.

Argomenti che, però, non hanno mai scalfito il modo di agire del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà il quale cambia opinioni (che non ha), muta pensieri (che non allignano nella sua testa), modifica i giudizi (che non sa dimostrare) come se avesse costantemente davanti agli occhi un branco affamato di cazzate. Il problema autentico, al netto di qualsiasi altra considerazione, è che ha ragione lui. Ed è allora, in quel preciso istante in cui fiuta l’odore dell’ingenuità collettiva che la morde alla giugulare affondando i denti smaltati con cinismo e ne ingoia avidamente anche l’ultima goccia di sangue fuoriuscita dall’emotività popolare. Solo così la razionalità può sforzarsi di spiegare le giravolte cerebrali che lo confondono senza fonderlo con la coscienziosità, che lo imbrigliano nell’imbroglio di annunciare alle moltitudini che il “Sogno diventa realtà”, indicando la meraviglia del Museo del Mare progettato dall’archistar prematuramente scomparsa Zaha Hadid. Una visionaria che mai avrebbe potuto avere a che fare con il bravo presentatore dello show del “Getto del bitume”, una sognatrice agli antipodi di un modesto esattore, una scienziata della Bellezza che viveva su un pianeta distinto e distante rispetto a quello abitato da un ordinario contabile inauguratore di cortili. Da calcolatore misurato, tuttavia, conosce a memoria le regole dei mestieranti, il che gli permette di intrufolarsi negli incanti da altri immaginati impossessandosene con una padronanza da indurre quel branco senza padroni che è diventata parte dell’opinione pubblica a credere senza vedere, senza sentire, ma solo parlando e urlando. Il Museo del Mare, per il quale Giuseppe Scopelliti si spese con un impeto che il centrosinistra osteggiò con una terroristica carica di violenza verbale, un giorno diventerà patrimonio della città, sarà fiore all’occhiello della Calabria e dello Stretto, orgoglio di cui si potrà fregiare l’Italia tutta: un dono dell’intuito che avrebbe dovuto rendere unanimi rivendicazioni e spinte già allora, quando il sindaco dell’epoca aveva posato lo sguardo su uno spazio nascosto al di là dell’orizzonte del pensabile. Sia chiaro: è un bene, ad ogni livello, ricercare pervicacemente una stabilità amministrativa che vada al di là delle divisioni tra fazioni politiche, ma altrettanto apprezzabile è la stabilità dei pareri espressi pubblicamente e delle azioni conseguenti sul piano gestionale. Osservare, però, che l'”interruttore umano” del tapis roulant si pavoneggi con qualcosa che non gli appartiene è un’ingiuria al buonsenso, applaudire il capo di un’Amministrazione incapace di mettere assieme un paio di pali di legno per unire il Parco Lineare Sud all’area del Tempietto celebri la magnificenza di un’opera destinata ad entrare nella storia è un affronto all’oggettività del Vero Basti solo ricordare l’alacre attivismo con cui si mosse Azione Nazionale, casa degli “scopellitiani” al tempo del definanziamento del Museo del Mare da parte di Falcomatà e compagni: furono convocate conferenze stampa per spiegare nel dettaglio l’orrore che si stava consumando a danno della città, furono inoltrate lettere al presidente del Consiglio del tempo, Matteo Renzi, fu addirittura proposto un referendum per coinvolgere i reggini defraudati di una realizzazione che avrebbe catapultato Reggio in una dimensione mondiale. Pur avendo in mano dati tecnici ed economici inoppugnabili, fu tutto inutile, tutto accolto con sorrisi sbeffeggianti, tutto recepito col cipiglio dei maestrini che avevano riportato la città alla realtà dopo le “illusioni” dell’era scopellitiana. E ora? Ora siamo qui, a distanza di anni, a glorificare un capolavoro che gli stessi officianti hanno vilipeso e calpestato con disprezzo: la dimostrazione che la coerenza, certo, è la virtù degli imbecilli, ma anche l’incoerenza non scherza affatto.

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