La città è senza guida: adesso lo sanno anche a Roma

Ciò che è capitato ieri, giovedì 18 aprile 2019, resterà scolpito nel muro della vergogna

Non sono bastati quattro anni e mezzo per far acquisire al sindaco di Reggio Calabria i rudimenti elementari richiesti a chi indossa la fascia tricolore rappresentando un’intera comunità e non i suoi piccoli capricci fanciulleschi.

Una sensibilità istituzionale che, come il carattere, deve sgorgare in modo naturale dalla sorgente del carisma. Quando la fonte è arida, però, i risultati sono imbarazzanti, per sé stessi e, cosa ben più grave, per la stessa città che, pro tempore, ha avuto una guida del genere. Un sedicente leader che, evidentemente, ha un conto in sospeso con la tempistica ed il rispetto dell’etichetta: presente quando non deve (vedi la conferenza stampa dei consiglieri comunali che si sono permessi di muovere delle obiezioni al suo operato), assente quando, al contrario, la sua presenza è resa obbligatoria dal ruolo ricoperto. Ciò che è capitato ieri, giovedì 18 aprile 2019, resterà scolpito nel muro della vergogna, invero già tappezzato di magre figure rimediate da Giuseppe Falcomatà nel corso del suo (unico) mandato. Mentre sotto la finestra del suo ufficio blindato si affollavano i ministri del Governo nazionale presieduto da Giuseppe Conte, tutti accorsi a Reggio Calabria per una seduta straordinaria, lui era, come sempre, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Gli impegni decisivi per il futuro della città che lo hanno portato a Roma nella stessa giornata in cui l’Esecutivo nazionale era in riva allo Stretto hanno, infatti, un sapore, quanto meno, beffardo. Un paradosso reso ancor più tale dalla circostanza che la decisione, da parte di Palazzo Chigi, di riservare l’onore di rappresentare la regione in occasione di una importante riunione, ha mandato su tutte le furie l’omologo catanzarese del Primo Cittadino reggino, Sergio Abramo, indispettito perché, come già avvenuto in passato, i riflettori non si sarebbero accesi sulla città capoluogo. Qualunque sia stata la motivazione che ha spinto il sindaco a lasciare la “sua” comunità” nelle medesime ore in cui i decisori erano sotto casa è risibile e, foss’anche per un appuntamento inderogabile nella Capitale per scongiurare il dissesto, Falcomatà aveva l’obbligo, morale e politico, di alzare la cornetta del telefono e comunicare ai suoi interlocutori che, ovviamente, vista la presenza del Governo al gran completo, in città, mai si sarebbe potuto assentare. Ed invece, così non è andata e ad indossare la fascia tricolore di rappresentanza è stato tal Armando Neri che qualcuno giura essere il vice sindaco e nel cui curriculum politico è presente un unico merito: essere stato il socio di studio del Primo Cittadino. Il fatto poi che le cronache raccontino di un arrivo in extremis, a pomeriggio inoltrato, del sindaco pro tempore non allevia l’incredulità: un ritorno avvenuto troppo tardi per non sentirsi, ancora una volta, indegnamente rappresentati.

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