Insulti, birra e popcorn: a Serra San Bruno parte una campagna elettorale a colpi di clava

Non ci voleva la sfera di cristallo a capire come sarebbe andata a finire, a prevedere parole, modi, atteggiamenti. Perché quando il filo conduttore non è la politica, nel senso nobile del termine, si scade in personalismi, aspirazioni individuali e contrasti incontrollabili. Senza la funzione educativa e preparatoria delle sezioni, restano i bar, dove le chiacchiere e le dicerie prevalgono sui ragionamenti sensati. La qualità crolla, la programmazione è quella che è. Per carità, chi scrive non ritiene di possedere la Verità rivelata ma non può fare a meno di proporre un’analisi obiettiva che ogni cittadino senza paraocchi può valutare.

Veniamo ai fatti. Quattro liste, per complessivi 52 candidati, a Serra San Bruno, erano sicuramente troppe: la semplificazione del quadro politico era immaginabile, se non addirittura auspicabile. Meno concepibile era (ed è) il livello della deflagrazione, con diversità di visioni che diventano fratture di rapporti personali, non si sa quanto sanabili.

Come nelle storie d’amore finite male, l’ex diventa il peggior nemico e comincia una lotta senza esclusione di colpi che s’innesta in una guerra ancor più grande, quella globale della competizione elettorale. Anche le guerre però hanno regole e limiti, che non bisogna oltrepassare. Per quanto possano essere discutibili i cambi di casacca, i riposizionamenti, i metodi di approccio, le giravolte, le giustificazioni del politicamente ingiustificabile (su tutto questo non esentiamo nessuno dei competitors), non si deve andare oltre una certa soglia: quella della dignità. Le parole di critica, pure aspre, non possono superare le barriere del vivere civile. Non possono tramutarsi in offesa, in danni alla reputazione e all’immagine del persona. Non solo del politico, del candidato, dell’aspirante consigliere o sindaco. Ma soprattutto della persona.

A scanso di equivoci, diciamo che non ci riferiamo a Lucia Rachiele: la sua presa di posizione è durissima, ma è assolutamente educata ed anche politicamente corretta. Piaccia o non piaccia, quella dichiarazione ci sta. Quello che non ci sta è la denigrazione, la derisione maliziosa, la volontà di sminuire l’altro in maniera subdola. Cioè quello che sta succedendo e che fa presagire che non si assisterà ad un confronto sui programmi, carico di contenuti, vertente sulle difficoltà, sulle ipotesi di soluzioni e su realistiche prospettive, ma ad una rissa da saloon, ad una sguaiata gag da circo in cui ognuno, a modo suo, recita (il verbo non è casuale) la sua parte. I cittadini – pardon, gli elettori – ne sono consapevoli e, purtroppo, non stanno preparando una panchina per ascoltare proposte intellettualmente stimolanti o culturalmente edificanti, ma un buon boccale di birra e un ciotolone di popcorn per potersi gustare lo spettacolo. Che se non avesse ad oggetto il futuro della comunità e rimanesse nell’alveo della (semi)normalità, potrebbe pure fare ridere. E che, invece, è pesante da digerire.

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