INCUBO CORONAVIRUS / Errori e sbandate, ma ora è il momento di restare uniti

Adesso la paura non è un sentimento lontano, evanescente, per “deboli”. È uno stato dell’animo che accompagna le lunghissime giornate dentro casa, che crea una sensazione di frustrazione dilagante. Le foto di piazze tristi e vuote, il rimbombare dei servizi giornalistici, le immagini di specialisti e di semplici cittadini con guanti e mascherina, le ore passate a spostarsi noiosamente da una stanza all’altra danno solo in piccolissima parte la misura della gravità della situazione.

Mentre nel Mezzogiorno ci si lamenta giustamente e a gran voce per gli incauti ritorni – soprattutto se non registrati – di chi rientra dalle zone più investite dal fenomeno e si giudica, non sempre con lucidità, l’operato del Governo nazionale e le azioni (reali o mancate) della politica regionale, lì in Lombardia, in Emilia Romagna e in Veneto non si ha il tempo per piangere un morto che già si verifica un nuovo decesso. Lì, in Lombardia, in Emilia Romagna e in Veneto, stanno toccando con mano quello che potrebbe verificarsi – e con impatti ancor più devastanti se non ci atteniamo alle regole – anche a queste latitudini. Fa tremare il Coronavirus, fa tremare l’idea che i posti di terapia intensiva potrebbero non bastare perché la velocità del contagio supera quella di allestimento delle nuove camere asettiche.

Ci sono stati errori di valutazione e di organizzazione a livello centrale? Certamente, e ce ne saranno ancora. Ma nessuno poteva immaginare che nel 2020 piombasse una pandemia con simile violenza. Ritardi, incertezze e indecisioni della classe dirigente? Sì, senza dubbio.

Ci sono state omissioni negli anni passati nell’impostazione del sistema sanitario calabrese? Ci sono stati sprechi, investimenti sbagliati, clientelismo, favori, incompetenze, ruberie? La risposta è ancora sì, ma chi conosce i dettagli della predisposizione ed attuazione del Piano di rientro sa bene che il quadro attuale è il risultato di un disegno nazionale di ragionieristica razionalizzazione scaturito dall’esigenza (?) di recuperare risorse. Risorse che specie negli anni precedenti al 2010 (parliamo di un quarantennio) sono state sperperate dalla politica. Ma pure – diciamolo a chiare lettere – dal personale medico e paramedico (vogliamo parlare di assenteismo o di dispositivi spariti?) e dagli utenti (vogliamo parlare delle cataste di farmaci in casa, delle visite inutili effettuate perché “tanto io non pago” o anche delle “false malattie”?). Altrettanto evidente è che le responsabilità sono proporzionali ai ruoli che si ricoprono e che oggi dobbiamo solo dire “grazie” a medici ed infermieri per essere con coraggio in prima linea.

Ma questo non è il momento di quelle accuse mosse talvolta con troppa superficialità, di quell’odio che i social propagano in maniera esponenziale, dell’invidia sociale, dell’ipocrisia, delle guerre fra ricchi e poveri o fra nord e sud.

Adesso è il momento di rispettare scrupolosamente le regole, di dimostrare che noi italiani non cerchiamo sempre scappatoie come sosteneva qualche giorno addietro un giornale dalla rilevanza internazionale ma avvezzo alle banalizzazioni ed alle semplificazioni. È il momento di dimostrare che noi italiani sappiano essere uniti, sappiamo sviluppare un’intelligenza brillante, sappiamo essere orgogliosi di noi stessi.

È una prova difficilissima, che dobbiamo superare assolutamente. Lo shopping, il calcio, gli aperitivi e tutti gli altri svaghi possono aspettare. Rimaniamo in casa, per il bene nostro, dei nostri cari, della nostra comunità. E magari, abbandonando quella frenesia che ci ha finora condizionato, riscopriremo davvero l’essenza dell’esistenza, il gusto di ragionare senza i frastuoni di un mondo artefatto che ha travolto le nostre coscienze, delle maschere che noi abbiamo generato o che altri ci hanno cucito addosso.

Contenuti correlati