In morte di un puro innamorato di Reggio

Non chiamatelo politico perché non ne siete degni, né mai lui si sarebbe piegato ad una definizione che, anche nell’accezione nobile del termine, gli sarebbe stata stretta, troppo stretta. Enzo Vacalebre, che oggi ha lasciato questo mondo, è stato, prima di tutto un intellettuale che nella battaglia delle idee ha sempre occupato la trincea, senza nascondersi sotto le poltrone dei vili.

Era un fascista, sì, e, infatti, non indossava i vestiti ipocriti di chi si autoproclama neo o post, ex o chissà quale altra formula rubacchiata al negozio sotto casa, quello all’incrocio con il potere facile. No, Enzo Vacalebre, non sapeva proprio che farsene delle alchimie dei balordi assisi sulla poltrona per status, prestigio, allargamento delle clientele, affarismo, opportunismo. Tutta roba che ha sempre rifuggito, ricambiato, perché la destra, casa sua, suo riparo e suo tetto, tante e tante volte lo ha messo ai margini. Cosa se ne sarebbe mai dovuta fare, del resto, di un’intelligenza vivida, con una sconfinata passione per gli ideali che ha abbracciato fin da quando, coi calzoni corti, andava su e giù per Bova, di cui era figlio orgoglioso, ed un amore gratuito, connaturato al suo essere, per Reggio Calabria? Di sogni, pubblici e privati, ne ha coltivati tanti Enzo Vacalebre. Proprio a cavallo dei 60 anni era riuscito a diventare un maestro della scuola elementare, un traguardo che inseguiva da tempo e che lo rendeva felice. Ne era fiero per se, ne era fiero per sua moglie e sua figlia. In diverse circostanze aveva fatto intendere all’interlocutore amico che questo era il suo lascito. Sapeva che il cammino terreno non sarebbe stato lungo e, ciononostante, non è arretrato di un solo millimetro nelle sfide lanciate a chiunque si frapponesse fra la sua idealità e la realtà spregevole alla quale piccoli esseri umani hanno costretto Reggio soggiogandola alle loro sporcizie interiori ed esteriori. Nessun compromesso, nessun armistizio, nessun patto, nessuna promessa. Anche in occasione delle elezioni comunali del 2020 era pronto ad impugnare la spada dell’amore per la città, ma i tatticismi di più di qualcuno lo avevano obbligato, suo malgrado, a non scendere nell’arena. Schivo e distante anni luce dalla volontà di ingaggiare duelli infecondi con chi, comunque, riteneva appartenesse alla sua stessa “famiglia”, anche in quell’occasione scelse una uscita di scena di basso profilo, ma di altissima levatura morale, quella cima dove si respira l’aria tersa della pulizia etica. E’ stando seduto all’ombra dell’aristocratica audacia che aveva l’opportunità di intuire prima degli altri l’irrilevanza di quel volgare ceto politico responsabile delle sofferenze di una popolazione intera. “Per motivi strettamente personali – si limitò a riferire nella circostanza – ritiro la mia candidatura a sindaco per le prossime Amministrative”. Con la signorilità di chi vanta il blasone dell’integrità ringraziò “per sempre, tutti coloro che mi hanno supportato, anche con il loro silenzio, in questi anni di dure battaglie, affrontate contro tutto e contro tutti. Senza paura ed a fronte alta. A favore degli ultimi, dei perdenti. Non mi sento vinto Mi sento molto triste. Auguro alla mia Città ed ai suoi figli, miei fratelli, dal profondo del mio cuore, di poter, ancora, continuare a sperare in un futuro migliore. Buon cammino Reggio”. Dal fango della campagna elettorale sarebbe riemerso sicuramente con le ossa rotte, come sempre, ma come sempre avrebbe infilzato con il suo ghigno beffardo e una delle sue battute dolcemente affilate nemici veri e amici falsi. Se anche un solo rappresentante del sedicente centrodestra istituzionale reggino si fosse reso estensore, negli anni, di una porzione infinitesimamente piccola delle denunce presentate pubblicamente e formalizzate presso una Stazione dei Carabinieri o presso la Procura, la città non sarebbe ridotta ad uno stato prostrato e frustrante per il quale arrossire di vergogna è l’unica azione razionale e decorosa tra quelle sopportabili da un animo puro. Fu lui ad attirare l’attenzione sulla squallida messinscena del “Miramare”, causa della decapitazione della Giunta Falcomatà; fu lui, contro tutti i disprezzabili attendismi di gruppetti d’interesse coagulati attorno al simulacro di un centrodestra che non c’è, se non come inganno di cui servirsi per truffare una parte minoritaria del popolo, ad organizzare nell’ottobre del 2015, ad appena un anno dall’insediamento dell’Esecutivo Facomatà, “La Spallata”. Una manifestazione in Piazza Italia alla quale, soltanto all’ultimo istante, in tanti si accodarono, perché non avrebbero potuto fare altrimenti, pena la perdita di una faccia che, in realtà, sarebbe preferibile non avessero. Sia ben chiaro a tutti, anche a coloro i quali in queste ore lo piangeranno: di pochissimi fra questi Enzo Vacalebre aveva stima. Degli altri poteva limitarsi a raccontare quante oscenità avessero accatastato pur di sbavare, con la lingua penzoloni, qualche pezzetto venuto giù dalle montagne di rifiuti dell’immoralità. Senza perdere di vista l’orientamento suggerito dalle lancette della bussola della libertà, si era ritagliato il suo spazio di autodeterminazione fondando “Alleanza Calabrese” e lasciando gli altri nella gabbia del “permesso da Roma”. Feroce avversario di perbenismo e conformismo, si è battuto come un leone senza arrendersi alla “normalità reggina” da basso impero falcomatiano. Per far avere l’acqua nelle case e liberare la città dal giogo delle strade dissestate e stracolme di rifiuti: lui c’era, ma non perché interpellato o chiamato in causa, lui c’era per dedizione civile. I problemi patiti dai reggini erano problemi che bruciavano la pelle di Enzo Vacalebre e lo conducevano dritto dalle Autorità preposte dove presentava esposti che non si sa bene in quali cassetti finissero. E probabilmente lo stesso sarebbe avvenuto anche in merito al “caso Miramare” se di lì ad un paio d’anni non fosse scoppiato il bubbone nell’infuocata estate del 2017. Era il suo destino e lo conosceva guardandolo negli occhi, con piena lucidità. Anche adesso che, dopo gli anni trascorsi in mezzo alla nebbia del Pavese, aveva ottenuto il trasferimento a Bagnara, non centellinava le sue energie, pur conscio di una fragilità fisica che poteva contare sull’affetto di chi aveva saputo riconoscere in Enzo Vacalebre il candore guerriero dei giusti.

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