Il Waterfront ha tirato una linea netta tra Politica e doppiezza

Il giudizio su un uomo politico merita di essere ben ancorato a fatti concreti, strettamente avvinghiati al presente in cui si manifestano ed al futuro che preparano. Non è così: il popolo, questa unità indistinta non meglio definita, ha l’abitudine storica di divorare i suoi idoli e di masticarne l’opera prima di sputarla con fastidio livido di rancore. La testimonianza più recente è fornita dalla recente realizzazione di una piccola porzione del Waterfront di Reggio Calabria. Ha fatto discutere più per il rinvio dell’inaugurazione che per la sua effettiva concretizzazione.

Le polemiche spicciole sono giustificate dalla singolare circostanza che, pur in presenza di un lavoro concluso, come ammesso dallo stesso sindaco, Giuseppe Falcomatà, può aspettare di essere messo a disposizione dei reggini. Ragione ufficiale, e non c’è motivo di metterla in discussione, la necessità di rispettare le disposizioni anti-Covid ed evitare gli assembramenti, parola che abbiamo imparato a odiare nell’ultimo anno, inevitabili in caso di apertura del tratto interessato in pompa magna, motore rombante della scarsuccia propaganda di regime. A non tornare, però, è la decisione di rimanere in mezzo al guado, se è vero come è vero che l’area, lato nord del Lungomare, pur essendo ancora chiusa sulla carta, delimitata come fosse un’area di cantiere, tale non lo è più. La ditta pugliese, messo a posto l’ultimo bullone, ha salutato la riva calabrese dello Stretto. Dunque, perché, sganciata dalla formalità del taglio del nastro da utilizzare poi per soffocare la verità degli eventi e prendersi gioco dei cittadini, Falcomatà non mantiene fede all’impegno preso? Se i frizzi e i lazzi erano previsti per domenica scorsa, si limiti a rimandare solo quelli e faccia spalancare la zona che, peraltro, e qui sta il pericoloso equivoco, è comunque nella disponibilità dello stesso Primo Cittadino e di chiunque voglia attraversarla per una passeggiata o, come ha rivelato lui stesso, per correre in allegria. Chiusa la parentesi di carattere burocratico-promozionale, quantunque in tanti ne siano perfettamente consci, è salutare rammentare ai poveri di memoria che Falcomatà con l’intuizione originaria, l’impegno profuso per mettere assieme i finanziamenti necessari e la messa a punto delle procedure c’entra come Andra Pirlo sulla panchina della Juve: nulla, fors’anche meno. Quando ha capito di non avere per le mani niente di niente ha ritirato fuori una visione, ché di questo si tratta e non di un “progetto”, di Giuseppe Scopelliti e se ne è fatto un portabandiera nemmeno troppo convinto. Di quella “visione”, dal sindaco ripresa a mozzichi Demi Arena e la sua Giunta sono stati poi degni continuatori raccogliendone il testimone e giungendo fin sotto lo striscione del traguardo. Peccato che quello striscione sia successivamente finito in possesso di Falcomatà che lo ha appallottolato (come l’energumeno mascherato che in occasione dell’ultimo Consiglio comunale, non essendo andato nemmeno alla scuola primaria della Democrazia, ne ha strappato uno ai rappresentanti della minoranza tra le urla belluine dei suoi compagni di gabbia) levando via la cassaforte di denari indispensabile per dargli vita. A distanza di anni, asfaltato dall’inerzia e dalla piattezza della sua Amministrazione, non ha potuto fare diversamente se non cambiare idea, anche perché l’iter, grazie ad Arena non abbisognava ormai di alcuna appendice. Il sindaco del PD, però, quando scelse di definanziare il Waterfront era orgoglioso della sua condotta al punto da rivendicare la saggia responsabilità dell’amministratore pubblico che, pur di garantire i servizi essenziali alla comunità, non esita a stravolgere la gerarchia delle necessità. Chiunque, equipaggiato di onestà intellettuale, dimori a Reggio sa che sarebbe da manicomio anche solo sprecare una sola parola per descrivere quali siano state, e siano tuttora, le condizioni drammatiche delle prestazioni erogate dal Comune in questi anni. Sta di fatto che l’unico pensiero a volare sopra la limitatezza dell'”amministratore ragionieristico per meriti dinastici” poteva essere recuperato nella pentola messa sul fuoco da chi lo aveva preceduto e, dunque, via alla scalinata, via al parcheggio con giostrine e alberi incorporati. Il minimo sindacale da vendere sul mercato politico, non potendo per il momento aggiungere altro se non un annuncio dietro l’altro a celare cambiali su un domani che avrà come unico approdo il porto delle nebbie. Falcomatà non aveva opzioni alternative: imbellettare la sua inazione sgraffignando disegni delineati da Scopelliti e perfezionati da Arena, che avevano individuato l’orizzonte verso cui condurre la nave della città. Disegni che aveva sotterrato sotto una coltre di incoscienza e malanimo, salvo essere costretto a rispolverarli e sfoggiarli sotto gli occhi di quegli sprovveduti che nuotano nel solo bacino elettorale in cui ormai è abilitato a pescare. Raggiunto lo scopo, potrà finalmente dirottare l’attenzione sulla magnificenza del Ponte: no, non il Ponte sullo Stretto. Quella è costruzione troppo abusata nel circo mediatico: lui preferisce le novità epocali e, quindi, occhi puntati su una trentina di metri di ponticello sul Calopinace. Roba che, affidata ad una classe qualsiasi della scuola primaria, sarebbe stata completata con i Lego nel giro di una mattinata in DAD, ma che il sindaco, dopo anni di blocco piazzerà con il marchio DOC di “luogo del cuore” (sigh), l’ennesimo, sul banchetto delle millanterie. La Verità politica è l’unica che conta, perché integra e particolareggiata, impossibile da graffiare. Quella processuale, che ha toccato (finora) soltanto i suoi predecessori, è per definizione parziale e a forte rischio di partigianeria. Nella Storia la prima ha sempre, inderogabilmente, spazzato la seconda.



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