Il ripudiato

Fingiamo per un attimo che il sindaco di Reggio Calabria e le sue truppe striminzite abbiano ragione e, dunque corrisponda a verità ciò che sostengono: lo scandalo dei brogli ha la sua naturale residenza solo dalle parti di Antonino Castorina e nessuno, di conseguenza, si illuda che il risultato delle elezioni comunali dello scorso autunno sarebbe stato diverso senza qualche decina di voti taroccati in una manciata scarsa di sezioni. Veniamo loro incontro ed allontaniamo il ragionamento anche dalla forma, che in democrazia è sostanza, liberandoci dalle catene che costringono gli onesti e i retti a credere all’intangibilità anche di un’unica preferenza espressa su un miliardo di voti.

Assodato, pertanto, che Falcomatà e i suoi afoni portaordini abitino, nella circostanza specifica, la casa in cui hanno trovato rifugio tutti i candidi figli di Reggio che, al contrario di quanto si potrebbe sospettare di marpioni avidi di consensi, nulla potevano vedere, niente potevano sentire, di nessuna cosa potevano parlare e, dunque, non potevano sapere il “Sistema” messo su dall’indagato eccellente, rimane, tuttavia, ben intricato un nodo che nessuna voluminosa volta di fumo negli occhi potrà nascondere: chi è stato Antonino Castorina nel corso dei sette anni di Amministrazione negli equilibri consolidati del centrosinistra reggino e nelle dinamiche interne a Palazzo San Giorgio. Pur non facendo parte del “cerchietto magico” dei compagni di calcetto del Primo Cittadino, l'”abogado” reggino con frequentazioni madrilene ed entrato due anni fa nel Comitato “Città Metropolitana-Fondazione Scopelliti” per occuparsi della promozione di idee ed eventi a favore della legalità e della memoria del Sostituto Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione, Antonino Scopelliti, la cui figlia, Rosanna, ricopre l’incarico di assessore alla Legalità nell’attuale Giunta municipale, è stato, nella precedente consiliatura, il leader indiscusso della coalizione in Aula sfruttando al massimo il ruolo di capogruppo del Partito Democratico. Non ne aveva i numeri, essendo arrivato quarto, per esempio dietro Nancy Iachino; non ne aveva le qualità, come dimostrato quotidianamente da lì in avanti, eppure la sua avanzata nelle gerarchie del PD e nelle stanze di Comune e Città Metropolitana non ha mai incontrato alcun ostacolo, tutt’altro. Sin da subito si è mosso con la spiccata “disinvoltura” unanimemente riconosciutagli: come dimenticare il caso relativo all’assegnazione di un incarico di consulente per Atam (l’Azienda dei Trasporti all’epoca sulla soglia del crac finanziario) ad un tecnico che sarebbe stato indicato dallo stesso “abogado”? Un intervento che, sebbene inizialmente avesse provocato l’ira di Falcomatà, non lo mise in guardia al punto da emarginare l’ingombrante capo del PD in Aula. Anzi, all’interno della coalizione, la faccenda sollevò lo sdegno della sola Iachino, nessuno arrischiò un battito di ciglia, se non per rimproverare la stessa consigliera “rea” di aver alimentato la polemica: delitto di lesa maestà. Memorabile, poi, fu l’assalto inviperito alla “nemica” quando l'”abogado” Castorina si mise di traverso, avviando addirittura una verifica in seno alla maggioranza, in nome e per conto dei “Falco boys”, rispetto all’operato di Angela Marcianò: l’allora assessore ai Lavori Pubblici, nell’occasione, aveva avuto l’ardire di infilare le mani nel pentolone fetido degli abusi nella gestione del patrimonio edilizio pubblico. Tanti altri episodi simili, improntati ad una sfrontatezza da esibire platealmente nelle stanze che contano e sui social, potrebbero tornare a galla: comportamenti coerenti con l’istinto del “nostro” e con usi e costumi di Palazzo San Giorgio perché in tutti questi anni è stato sempre lui a sguainare la spada contro chiunque azzardasse valutazioni critiche nei confronti di sindaco e maggioranza. Quello stesso sindaco che, quando si è trattato di affidare le deleghe per la gestione della Città Metropolitana, non ha esitato a riempire di funzioni importanti l’attribuzione affidatagli: Bilancio, Politiche Internazionali e Comunitarie, Politiche per l’Immigrazione, Politiche Giovanili, Rapporti con gli Enti Locali, Rapporti con la Conferenza Metropolitana e con i Territori, Formazione Professionale e Polizia Metropolitana, Edilizia Scolastica e Programmazione della Rete Scolastica, Istruzione, Università e Ricerca. Tutto in capo all'”abogado” che, in fin dei conti, aveva meritato sul campo di battaglia, lui “che non è il fissa”, cotanto onore. Oneri che, però, si sarebbero rivelati troppo ubriacanti anche per chi è abituato a maneggiare con sveltezza le leve del potere se è vero, come è vero, che, già prima dell’emersione del “Sistema” elettorale “Castorinellum”, sulla cui illiceità i magistrati sono fermi nelle loro sicurezze investigative, era rimasto impigliato nella rete dell’inchiesta “Helios” per la quale ora pende una richiesta di rinvio a giudizio. Una condizione che non aveva nemmeno lontanamente consigliato i suoi compagni di partito, a Roma e in Calabria, ad obbligarlo a saltare giù dalla giostra di Palazzo. Del resto come avrebbero potuto, se il primo ad essere sotto processo è lo stesso sindaco per la nota vicenda del “Miramare”? Ciononostante ne avrebbero potuto, quanto meno, rallentarne l’ascesa. E, invece, eccolo spuntare ovunque: nel Coordinamento nazionale della sezione giovanile dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani per dedicarsi a sport e carceri e Responsabile regionale delle Politiche dell’Immigrazione nella stessa ANCI; assistente del parlamentare europeo Nicola Caputo; membro della Direzione nazionale del PD medesimo. Tutti incarichi che si sommavano, uno dietro l’altro, a quello principale: guida del PD e del centrosinistra in seno alla massima Assemblea elettiva della città, non uno qualunque che passava da lì per caso mettendo nei guai, tra uno screenshot e l’altro (materia, quella delle catture di schermata da utilizzare come armi, in cui è cintura nera dal valore indiscusso), chi, in realtà, se ne è servito politicamente facendosene scudo. In conclusione, se anche Reggio Calabria dovesse un giorno accontentarsi della tesi in base alla quale si tratterebbe di un fenomeno di brogli elettorali delimitabile all’entourage di Castorina, nessuno, sui banchi della maggioranza da cui la settimana scorsa si levavano urla belluine all’indirizzo della minoranza, coltivi la falsa speranza che la polvere sulla coscienza sia spazzolabile sminuendo la pericolosità di atti e fatti drammatici per la tenuta democratico-istituzionale. Il neo Segretario nazionale del Partito Democratico, Enrico Letta, in uno dei passaggi più apprezzati del suo discorso pronunciato davanti all’Assemblea, ha illustrato le linee guida che seguirà nel corso del suo mandato: “Saremo il partito della prossimità sui territori” e messo al centro della prolusione una frase programmatica che suggerisce quanto egli punti a sbarazzarsi delle oscure vaghezze e degli equivoci potentati ovunque padroni nel PD: “Dobbiamo essere progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicali nei nostri comportamenti”. Se Letta davvero utilizzasse come una bussola imprescindibile questa “radicalità nei comportamenti, il Partito Democratico cambierebbe completamente i connotati: sarebbe un bene per tutti, a cominciare dai calabresi.

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