Il processo “Miramare” certifica la trasandatezza amministrativa di Falcomatà e dei suoi fedeli gregari

Quello che colpisce (a parte ciò che già da sei anni si conosce della vicenda “Miramare”) nell’ambito delle ricostruzioni via via emergenti dalle deposizioni rese durante le udienze in corso di celebrazione per apporre un primo, fondamentale, sigillo giudiziario allo scandalo “Miramare”, è il totale, assoluto, supremo disprezzo che il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà nutre con metodi tronfi, nei riguardi dei componenti della Giunta, quanto meno quella che aveva formato all’esordio della sua esperienza da Primo Cittadino e rimasta in carica fino al tardo autunno 2016.

O perché consciamente asserviti ai suoi capricci, o perché impalpabili sul piano politico-amministrativo e deboli su quello caratteriale, sta di fatto che i componenti di quell’Esecutivo risultavano essere alla mercé delle strambe bizze del capo. Chi non era fedele alla linea dell’ortodossia, presto o tardi, sarebbe, infatti, stato punito dal Giudice Supremo. Lo scontro senza esclusione di colpi con Angela Marcianò, l’estromissione delle donne non più funzionali alla causa o dotate di una autonomia di pensiero forestiera nell’intelletto degli altri assessori, lo confermano compiutamente. Emblematiche, a questo proposito, le linee difensive che Giuseppe Marino e Antonino Zimbalatti hanno presentato in occasione dell’udienza svoltasi giovedì. Premessa: il caso “Miramare”, sin da quando è esploso, si è appalesato per una comprensibilità fanciullesca che annulla qualsiasi possibilità di ambigua interpretazione. Ci sono prove inoppugnabili, testimoni attendibili e, soprattutto, documenti non passibili di discussione alcuna. Eppure, per nulla imbarazzati dall’apparire impreparati dinanzi ad una delibera di Giunta o, peggio, genericamente inabili nella cognizione di quel che era sottoposto alla loro attenzione per la successiva approvazione, hanno portato avanti tesi singolari, proprie di chi passava da lì per caso e niente sapeva di Pasquale Zagarella, niente sapeva dell’Associazione “Il Sottoscala”, niente sapeva circa l’impossibilità legale di un affidamento diretto di parte della struttura che si affaccia sul Lungomare in assenza di un regolare bando ad evidenza pubblica. Marziani, e di questo a dire il vero la città ne ha piena consapevolezza da tempo, scaraventati sul suolo reggino, in una nuova realtà misteriosa e impenetrabile. Non ne conoscono le dinamiche, non ne conoscono i personaggi più in vista, non ne conoscono i rapporti di forza vigenti. Non si preoccupano del motivo per il quale l’assessore Mattia Neto, titolare della delega alle Attività produttive, e pertanto la figura più interessata agli eventi, sia da tutt’altra parte e non sieda attorno al tavolo nel momento in cui si stanno decidendo le sorti del “Grande Albergo Miramare”. Fa sorridere il candore che ha accompagnato la giustificazione, sconclusionata in punta di diritto e proposta dai due ex assessori che fosse necessario agire con rapidità per consentire l’apertura dei locali in vista della stagione estiva: eravamo arrivati al 16 luglio, una data che, calendario alla mano, sembra strappata dal cuore del periodo torrido. Definire “una chiacchiera”, come ha fatto l’attuale consigliere metropolitano delegato Marino, la circostanza che Paolo Zagarella, l’imprenditore amico di Falcomatà, avesse a disposizioni le chiavi del prestigioso immobile, è ampiamente smentito da testimonianze ben più che autorevoli. Giuseppina Vitetta e Michelangela Vescio, funzionarie della Soprintendenza, che scoprirono la presenza di operai autorizzati dal sindaco all’interno dell’edificio per effettuare opere propedeutiche all’apertura. Analogo il racconto della Sovrintendente Margherita Eichberg, venuta a sapere di quanto stava accadendo e stranita per la piega presa dagli accadimenti inammissibili. Per inciso, la stessa, identica, fotografia consegnata da Enzo Vacalebre, fondatore di “Alleanza Calabrese”, che ha sostenuto con ferma determinazione di aver visto maestranze armeggiare, senza alcun diritto, nell’hotel. Rigettando con sdegno l’idea che Zagarella se ne sia impossessato arbitrariamente, logica impone che l’arbitrio sia stato compiuto a monte. Logica impone che qualche “manina” abbia consegnato le chiavi per accedere nei saloni del “gioiello di famiglia”. E’ a questo punto che merita un capitolo a parte la querelle che vede impegnati i soldati del sindaco nello sparare ad alzo zero in direzione di Angela Marcianò. Zimbalatti ammette che l’allora assessore ai Lavori pubblici fece fuoco e fiamme per impedire che l’abuso fosse attuato, salvo dirsi meravigliato per la firma che la stessa avrebbe apposto alla delibera incriminata. Un resoconto che scansa, come se nulla fosse, le testimonianze delle medesime Eichberg, Vitetta e Vescio, o di Rosario Spezzano ed Arturo Arcano, preziose, queste ultime due perché attestanti la presenza di Marcianò presso gli uffici del Cedir e, di conseguenza, la sua assenza da Palazzo San Giorgio da cui era si era allontanata imbufalita dopo uno scontro con il Primo Cittadino avente ad oggetto l’atto illecito che si stava per perpetrare. L’auspicio è che questa vicissitudine, rivelatrice della trasandatezza peculiare dell’Amministrazione Falcomatà, trovi un rapido epilogo non solo in Tribunale, ma anche nelle stanze della politica.

Contenuti correlati