Sono in tanti a pensare, seguendo una logica stringente, che Roberto Vannacci sia una figura spaventosa e da respingere con la lucidità della ragione. Ma, badando alla mitragliata di stronzate dette dal palco allestito in Piazza Duomo, l’atteggiamento più consono è quello di accompagnarlo alle porte della città e, con una lieve carezza e un dolce sorriso, affidarlo alle cure amorevoli di chi mastica materie non politiche.
No, sarebbe un inutile spreco scomodare le categorie della politica per chi, voltando le spalle alla Sacra Effigie della Madonna della Consolazione, si è lanciato in un improvvisato appello a scegliere tra Reggio Calabria e Barabba. Esibendo una scarsa conoscenza della logica, della lingua italiana e degli eventi del cristianesimo, si è autodesignato Ponzio Pilato da bettola. Una rappresentazione di sé non tra le più fortunate per il prode ex comandante rimosso dell’Istituto Geografico Militare, nel tentativo spericolato di arrampicarsi sulla parete di una competizione elettorale da cui è precipitato prima ancora di compiere il primo passo della scalata.
Domenica e lunedì, a Reggio Calabria e in 71 Comuni dell’area metropolitana, saranno aperti i seggi per celebrare il voto che designerà il successore a breve termine del sindaco Cannizzaro che, con responsabilità e volontà di potenziare l’efficacia della sua azione a Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro, ha scelto di lasciare lo scranno parlamentare e consentire ai reggini di avvalersi di un’ulteriore figura da incassare nel mosaico istituzionale destinato a far volare la città e la provincia nel Terzo Millennio.
Passione e amore per le sorti future di un popolo sono le lingue che da quattro mesi bisogna dimostrare di saper parlare per governare la comunità dal cuore amaranto. Odio, rancori e algidità, che ben si conoscono per quanti mali hanno arrecato negli ultimi dodici anni, sono banditi. Non è certo il vivandiere del centrosinistra, con fare macchiettistico da militare dei secoli andati, a costituire motivo di preoccupazione per un treno che ha iniziato il viaggio verso il domani e non prevede fermate alle stazioni della nostalgia stantia e chiacchierona.
Per amore di verità, il disertore della lealtà non è aiutato nemmeno da attendenti e piantoni locali che, divorati dalle fiamme diaboliche delle ambizioni personali, da deboli collaborazionisti lo rifocillano del veleno da sputare quando apre bocca.
Quello tra il parlamentare europeo dalla divisa dismessa e la verità dei fatti è un rapporto assai accidentato. Probabilmente perché abituato a guardare il «mondo al contrario», per esempio, non ha faticato a prendere per i fondelli il branco disposto ad ascoltarlo anche quando inventa di sana pianta ipotesi e tesi mai pensate da alcuno.
Manipolatore per definizione, ha estratto dal repertorio dei trucchi da imbonitore la minchiata che le deleghe alla Città Metropolitana sarebbero in ostaggio nell’attesa dell’esito emergente dalle cabine elettorali. Trovi una frase, una parola, una sillaba che si avvicini a questo concetto falso e falsificato e poi si ripresenti a Piazza Duomo con la pistola fumante in mano.
Difficile che lo possa fare l’audace posticcio, non esistendo in natura il prerequisito che ha svenduto ai presenti. I quali, peraltro, sono, per il già vicesegretario nazionale della Lega, utilizzata opportunisticamente per ascendere al Parlamento Europeo e poi tradirla con spirito militaresco scappando a gambe levate dal fronte, i soli interlocutori possibili. Vista la refrattarietà istintiva a sfuggire alle domande di chi è deputato a formularle, eccezion fatta per gli accattoni dell’informazione.
Un’incoerenza che manifesta appena può, quasi fosse un impulso irrefrenabile: si professa il difensore dei valori tradizionali, ma, sempre di schiena alla Madonna della Consolazione, ha coltivato, suo malgrado vanamente, il sogno di trasformare il modesto candidato di Oppido Mamertina in un esponente luciferino da aggiungere all’inferno dantesco del Parlamento.
Quando la barricata della responsabilità personale e politica è travolta dalle cazzate, può anche capitare che un Giannetta qualsiasi si convinca di essere un predestinato. Quello che non può capitare è consegnare il proprio destino di subordinato a uno che, come sentenziato formalmente e ufficialmente dai giudici del TAR e da quelli successivamente investiti del caso, ha «trasgredito il principio di terzietà e neutralità richiesto alle forze armate, compromesso il prestigio e la reputazione dell’amministrazione militare, ritenuto carente del senso di responsabilità, con il rischio di generare effetti emulativi o divisivi all’interno dell’Esercito».