Il mistero del Codice di San Bruno: la lettera di un certosino ad un illustre studioso

Le storie che riguardano la Certosa sono spesso avvolte da un velo di mistero ed incertezze, come se alcuni segreti debbano essere gelosamente custoditi entro la cinta turrita.

È il caso, ad esempio, del Codice di San Bruno, documento di cui non si hanno riscontri ufficiali, ma su cui aleggiano ipotesi e sospetti. Del testo, che alcuni pensano possa essere rinchiuso nelle stanze del Vaticano o della casa madre di Grenoble, non ci sono tracce se non in una lettera di un certosino, partita da Napoli il 15 luglio 1787, ed indirizzata a Saverio Mattei, studioso del tempo originario di Montepaone il cui nonno aveva l’incarico di amministratore dei beni certosini appartenenti al monastero serrese. La premessa della missiva è fondamentale: la presenza dei cistercensi fra il 1192 ed il 1514 nel monastero rappresenta una fase di oblio, di cancellazione di tracce di quanto prodotto dall’Ordine certosino. Proprio dopo la restituzione ai bruniani, sarebbe stato ritrovato un Codice di San Bruno dal titolo “Incipit liber Magistris Brunonis, qui Carthusiam instituit”.

Le opere contenute nel Codice sarebbero: “1) L’esposizione sopra tutti i Salmi di Davide; 2) L’esposizione sopra tutte le Pistole di S. Paolo Apostolo; 3) Alcuni Opuscoli, o siano Sermoni delle Lodi, e degli ornamenti della Chiesa, del nuovo Mondo, delle Feste del Signore, delle Lodi della Beata Vergine, de’ Martiri, de’ Confessori, delle Vergini”. Il Codice sarebbe stato subito mandato alla Gran Certosa di Grenoble: il certosino cita come testimonianza “l’Opuscolo manoscritto della ricuperazione di S. Stefano del Bosco” vergato dai commissari all’uopo preposti tra i quali vi era il primo rettore della Casa dom Costanzo de Rigetis. Ecco un estratto dalla lunga lettera del misterioso certosino: “questo codice ci venne da RR. PP. Cisterciensi, che abitarono in quella Certosa per anni trecento venti, da Monaci, i quali aveano tutt’i motivi di far perdere anche il nome de Certosini; sicchè questo Codice, secondo il Marchese, merita tutta la fede; e perchè ci è stato conservato da un Ordine cospicuo, quale si è quello de PP. Cisterciensi; e perchè niente sospetto, essendo venuto da gente contraria a Certosini”.
Il codice sarebbe stato poi pubblicato a Parigi nel 1521 e ristampato 3 anni dopo. La terza pubblicazione risalirebbe al 1611 in Germania. Tutto ciò emerge da una esauriente affermazione dell’autore della missiva:
“questo Codice trovato da PP. Commessarj, che andarono a prendere il possesso della Casa di S. Stefano, fu mandato alla gran Certosa di Granoble, come ce lo conferma il nostro D.Costanzo de Rigetis primo Rettore di detta Casa dopo la restituzione, nel suo Opuscolo manoscritto della ricuperazione di S. Stefano del Bosco, che da me (nella certosa di San Martino) si conserva. Frattanto fu canonizzato il nostro Fondatore da Papa Leone X, ed essendo asceso al Generalato il nostro Padre D. Guglielmo Bibaucio, uomo santo, e dotto, come ce lo dimostrano li suoi Sermoni Capitolari, ed altre Opere più volte date alle stampe, pensò egli di pubblicare colle forme di Parigi le Opere del Santo nostro Fondatore. Avendo esaminato il Codice di S. Stefano, e confrontatolo coll’altro Codice, anche antichissimo, ch’esisteva nella Gran Certosa, l’inviò a Parigi a Jodoco Badio Ascensio, acciò lo pubblicasse. In fatti lo pubblicò costui in Parigi nell’anno 1521, ma non essendo state bastanti le copie a soddisfare la sete de Letterati di quella stagione, fu obbligato il detto Ascensio a farne una seconda edizione, anche in Parigi, quale pubblicò nel 1524 e la dedicò al Vescovo di Granoble D. Lorenzo Alamando, al quale, come ancora ad altri, fece osservare gli antichissimi Codici come ce ne rende testimonianza nella Lettera Dedicatoria di questa seconda edizione. Nel 1608. essendosi fatte rare le Opere del nostro S. Fondatore, il P. Generale D. Brunone Daffrinques ne incombensò il nostro Padre D. Teodoro Petrejo Professo della Certosa di Colonia, perchè le rivedesse di nuovo, e le pubblicasse colle forme di Germania. ll dottissimo Petrejo si accinse all’impresa, e nel 1611 pubblicò la terza volta le Opere di S. Brunone Cartusiano in Colonia, colle stampe di Bernardo Gualtieri; aggiungendovi la vita del Fondatore scritta dal P. D. Lorenzo Surio, e due Lettere, una a Rodolfo le Verde, ed un altra a Confratelli, e figli di lui esistenti nella Gran Certosa”.
L’attribuzione dell’opera al Santo di Colonia comincerebbe ad essere messa in discussione intorno alla metà del 1600, quando sarebbe stata considerata la paternità dei Sermoni a San Bruno Astense. Il principale motivo dei dubbi, alimentati peraltro dall’omonimia, deriverebbe dall’indicazione quale “nostro Padre” di San Benedetto. Il certosino rimasto anonimo però contesta questa prospettiva in quanto San Bruno avrebbe avuto l’intento di “imitare il gran San Benedetto” ed aggiunge che il Prologo dei Sermoni rispecchia l’opera “non di un vescovo ma di un contemplativo”. Inoltre, rileva che sarebbe più attendibile la ricostruzione dei certosini rispetto ai Codici “della Vaticana e della Real Biblioteca di Torino, i quali attribuiscono a S. Bruno Astense vescovo di Segni l’opera controvertita”.
La conferma di questa versione, sebbene non contraddistinta da uno studio di carattere prettamente storico-scientifico, aprirebbe le porte a nuovi scenari e segnerebbe un nuovo riconoscimento a San Brunone.
[da una ricerca storica in collaborazione con Girolamo Onda, autore dei libri “L’Angelo di Sibilla” e “L’Angelo che custodiva gli atomi”]

Contenuti correlati

1 Commento

  1. Un altro brano della lettera dell’anonimo dal quale si evince l’esistenza del “Codice di San Bruno”:
    …“dobbiamo credere, che antcertosino ichssimo sia quello trovato nella Certosa di S. Stefano del Bosco, ed anteriore all’epoca della occupazione di essa fattane da PP. Cisterciensi fin dalla fine del XII secolo. Sì perchè dovettero i primi confratelli, e figli di S. Brunone porre insieme le carte di lui, le quali rinvennero, dopo ch’ egli volò al Cielo, e registrarle in un Codice; sì anche, perchè non è mai da supporsi, che i Cisterciensi si volessero prendere nel secolo XII, tempo in cui si posero nel possesso della nostra Certosa di S. Ste fano del Bosco, il pensiero, la pena, e la briga d’unire insieme, e fare trascrivere in un Codice l’opere di S. Brunone Certosino, il quale non apparteneva loro.”

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*