Il corto di Muccino nulla promuove e lascia la Calabria immersa nella sua immagine arretrata

Una fiera di luoghi comuni

Non serve essere sofisticati critici cinematografici per giudicare uno spot di cinque minuti e costato 1,7 di milioni di euro. Un sacrificio economico che la piattezza della creazione giustifica solo con i nomi roboanti dei protagonisti, Raul Bova e la compagna Rocío Muñoz Morales, e del regista Gabriele Muccino.

Non c’è altra spiegazione per legittimare una sequenza di banalità che chiunque, anche un cineamatore di un qualsiasi borgo, avrebbe saputo realizzare con creatività più geniale e senza il peso della trita retorica su una calabresità fittizia. Un modello di plastica, eppure così radicato nel pensiero collettivo da non poter essere scansato nemmeno da una star prolifica di idee come lo stesso Muccino. Già quel titolo, abusato fino all’inverosimile e che, in realtà, non significa niente, “Calabria Terra Mia”, è un’ode alla pigrizia culturale, alla fissità di un’immagine in bianco e nero, fuori tempo rispetto alle parole d’ordine della comunicazione del Terzo Millennio. Indicativo, però, della concezione bigotta ed anacronistica che emerge in ogni fotogramma che pare, in realtà, una campagna di marketing, nemmeno tanto efficace, degli agrumi prodotti da queste parti: dal bergamotto, come sempre vittimisticamente presentato come il frutto allo stesso tempo più pregiato e sconosciuto dell’universo, alla clementine, passando per le arance. Un ruminare continuo durante il quale le sole sorprese non agrumarie sono costituite da un’incontenibile voglia di fichi e dall’indissolubile legame con la soppressata, ma inspiegabilmente con il finocchietto. Una fiera di luoghi comuni sullo sfondo, inevitabile, dei ricordi del bel tempo che fu, prima di abbandonare le proprie radici per emigrare verso altri lidi. Scrutando odori e sapori tipici di un mare, neanche a dirlo limpido e cristallino, come se nel resto d’Italia fosse, invece, una putrida cloaca, tutto il resto rimane ignoto a chi della Calabria niente sapeva e niente continuerà a sapere. Annoiati dalla sagra della retorica del ritorno alle origini, l’unico guizzo che affiora dall’occhio svogliato dello spettatore si traduce in una domanda rimasta senza risposta: perché le comparse parlano in siciliano?

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