Il centrodestra reggino e l’incubo del già visto: oltre l’alibi di Minicuci


A meno di quattro mesi dal ritorno alle urne, il centrodestra reggino sguazza ancora nella palude dell’incertezza e delle manovre di piccolo cabotaggio inseguito dalle ombre di un passato su cui non ha mai riflettuto abbastanza.

C’è un errore di fondo che rischia di trasformarsi in un autosabotaggio diabolico: la convinzione che la disfatta del 2020 sia stata unicamente il frutto di un “corpo estraneo” calato dall’alto.

Certamente, la figura di Nino Minicuci rappresentò un unicum di inadeguatezza tattica. Uno standing inappropriato per una sfida di tale portata, una candidatura gracile e priva di radici nel tessuto urbano che fu, oggettivamente, il colpo di grazia a una campagna elettorale nata storta. Ma scaricare tutto il barile sulle spalle del burocrate di Melito Porto Salvo proposto da Matteo Salvini nel deserto di alternative avanzate dagli altri gruppi di pseudopotere è un esercizio di superficialità dolosa.


La sconfitta di cinque anni fa, infatti, non fu un incidente di percorso, ma la chiusura naturale di un cerchio segnato da uno sbandamento diffuso reso manifesto anche dalla composizione delle liste: una selezione qualitativa scadente che ha prodotto una tribuna di opposizione incapace anche di miagolare.

Il dato politico più allarmante, in quel caso, riguardò chi ebbe la ventura di entrare a Palazzo San Giorgio.

I numeri parlano chiaro: coloro che raccolsero il maggior numero di consensi, i “campioni delle preferenze” del centrodestra, sono gli stessi che in questi anni hanno brillato per una totale assenza di opposizione. Mentre la città affogava nei disservizi da Quarto Mondo del secondo mandato Falcomatà, dai banchi della minoranza si è levato spesso solo un silenzio connivente, perfetta rappresentazione di una sottile forma di consociativismo passivo.

Reggio Calabria non ha bisogno di “portatori di voti” senza visione, né di caporali che rispondono agli ordini di scuderia dei gerarchi sovraordinati. Se il centrodestra vuole davvero rappresentare un’alternativa di cui si avverte un disperato bisogno, deve invertire la rotta subito.

Servono profili che sappiano leggere un Bilancio e contestare un atto amministrativo.

Chi non ha fatto opposizione in questi cinque anni non merita di essere parte del tentativo di costruire il cambiamento agognato da una ampia maggioranza di reggini.

Il rischio, giunti a questo punto, è che il centrodestra si presenti ancora come un’armata Brancaleone divisa da veti incrociati, mentre dall’altra parte c’è una macchina da guerra che, piaccia o meno, sa come restare al potere.

Da una parte ci si attarda in sterili schermaglie per stabilire chi debba piantare la bandierina sulla coalizione, dall’altra una colazione che ha già dimostrato una pervasività impossibile da sottovalutare. Nei momenti decisivi, infatti, la sinistra reggina sa come compattarsi, mettendo da parte le divergenze, anche aspre, per un obiettivo superiore: la conservazione del potere.

Nonostante dodici anni di gestione amministrativa che definire fallimentare è un eufemismo, il fronte progressista vanta un vantaggio competitivo che il centrodestra sembra ignorare: un consenso clientelare strutturato. Una rete tessuta in dodici anni di gestione diretta della “Cosa pubblica” che, al momento del voto, si traduce in una pioggia di preferenze sonanti. Contro questo compagine, fatta di legami consolidati e gestione del bisogno, è urgente che le leadership – o presunte tali – del centrodestra depongano le armi interne. La guerriglia fratricida per l’egemonia della coalizione è il miglior regalo che si possa fare a chi ha condotto Reggio in fondo a tutte le autorevoli graduatorie italiane sulla qualità della vita. Continuare a giocare fino a scoprire chi davvero dispone del coltello dalla parte del manico dentro il perimetro domestico, mentre fuori la sinistra serra i ranghi, è una forma di suicidio politico assistito.

Continuare a farsi la guerra per un’egemonia di carta significa consegnare la città, per altri cinque anni, a chi l’ha ridotta in stato comatoso. Bisogna avere il coraggio di guardare oltre gli apparati e parlare a quella Reggio che produce, che studia e che resiste, offrendo non i fantasmi di vecchie spartizioni, ma competenza e trasparenza.

La sfida della prossima primavera si vince con la qualità di una proposta che sia l’esatto opposto del passato recente. Serve una rottura netta con chi, pur stando in minoranza, ha preferito la passività al conflitto politico. Se il centrodestra non sarà capace di presentarsi come un blocco granitico, autorevole e profondamente rinnovato nella sua ossatura, la gestione clientelare della sinistra avrà gioco facile nel trasformare le sue miserie amministrative nella terza vittoria elettorale consecutiva. Reggio non può permettersi un’altra stagione di rimpianti; il tempo di litigare è finito: o si costruisce l’alternativa o si accetta la definitiva irrilevanza.

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