Il centrodestra ha un obbligo verso la città: demolire se stesso per ricostruire con persone di valore e valori

L'unica soluzione percorribile, da quelle parti, è quella di un civismo vero e non fittizio, esterno ai partiti ma legato ai valori propri della destra

reggio calabria

E’ un bel vedere, non c’è che dire: soltanto in questi giorni , infatti, stiamo scoprendo che la riva sulla quale si attendeva il passaggio del cadavere del centrodestra reggino era particolarmente affollata. Una sorpresa, invero, per questo giornale che, per oltre due anni, ha lanciato, disinteressatamente e inascoltato, l’allarme sull’assenza di leadership, visioni e strategia all’interno di una coalizione che, ad ogni piè sospinto e in tutte le sue componenti, ululava su Facebook, ma non muoveva un dito per invertire la rotta di una nave rivelatasi, alla prova dei fatti, una zattera instabile, di piccole dimensioni, zeppa di marinai alle prime armi allo sbando per la dappocaggine di un Capitano illegittimo.

La questione, in realtà, è molto più banale di quanto non si creda. Il prerequisito concettuale da cui partire è uno ed uno solo, solare nella sua brutalità: il centrodestra a Reggio Calabria non c’è oggi, come non c’era ieri, come non ci sarà domani qualora continuasse a mancare la condizione prioritaria che consiste nella demolizione totale, senza condoni e perdoni, dell’attuale assetto. Per evitare di sparare nel mucchio, è utile soffermarsi brevemente su ogni pseudo partito della compagine venuta a galla maciullata dal risultato elettorale delle Comunali. A cominciare da Forza Italia che, non per caso, ha portato in Consiglio un giovanotto da altri trascinato a suon di preferenze nell’Aula “Pietro Battaglia”; un tizio che per anni ha fatto perdere le proprie tracce non mettendo piede a Palazzo San Giorgio, neanche fosse un focolaio iperattivo della pandemia in corso ed un terzo individuo che meglio conosceremo, si spera, nel prossimo futuro. Gli uscenti, invece, sono rimasti, inopinatamente fuori dal portone. Più volte dall’opinione pubblica, nel corso del primo mandato esercitato da Giuseppe Falcomatà, erano state mosse obiezioni all’operato flebile da parte della minoranza, mai realmente in grado di incalzare con efficacia l’attività claudicante dell’Amministrazione. Quando è stato il loro turno, gli elettori, sia pur parzialmente, non si sono lasciati sfuggire l’occasione per esprimere il loro giudizio insufficiente. Se possibile, però, è ancora peggiore la condizione in cui versa Fratelli d’Italia: due i consiglieri eletti e né l’uno né l’altro hanno a che spartire alcunché con la storia e la cultura dell’albero genealogico del partito. Non una novità, se si pensa che, in effetti, l’unica caratteristica riconoscibile della politica di Giorgia Meloni, in Calabria in particolare, è stata, fino al momento, quella di spalancare le porte a chiunque, fingendo stupore quando, approfittando della facilità d’ingresso, ci si accorgeva dell’invasione degli “alieni”, fino a un attimo prima osannati sui giornali e riveriti dai palchi montati nelle piazze. Pesantissime, in questi casi, sono state le responsabilità dei militanti storici che, senza battere ciglio, hanno patito passivamente qualunque angheria venisse deliberata nella Capitale. Sulla Lega, che pure ha designato il candidato sindaco, non vale la pena spendere nemmeno una parola: come ripetutamente affermato e ribadito su queste pagine, si tratta di un partito al quale Reggio Calabria non ha concesso cittadinanza, non per motivazioni ideologiche, ma perché i suoi rappresentanti sul territorio hanno dimostrato uno spessore sottilissimo e, a tutti i livelli istituzionali, sono stati premiati o grazie ad una soglia molto bassa quantunque utile alla conquista di un seggio o per meriti personali del tutto avulsi da una condivisione delle idee di Matteo Salvini. Per fare un esempio, Cambiamo con Toti, appena sbarcato in riva allo Stretto, è arrivato ad un’incollatura dalla prima forza politica nazionale ed entrambi si ritrovano con un eletto in Consiglio comunale. Delle altre liste, quella che, per modo di dire, faceva capo ad Antonino Minicuci, ha garantito l’accesso in Municipio al fedelissimo di un consigliere regionale ondivago; ReAttiva, invece, sarà rappresentata da Nicola Malaspina, l’unico consigliere coerentemente figlio di antiche radici e di una mai nascosta passione civile. Se tale è lo stato dell’arte, perché meravigliarsi della disfatta? In fin dei conti, essa è stata avvertita come eclatante solo per un motivo: l’essere arrivata all’epilogo di una partita in cui il centrodestra avrebbe dovuto limitarsi a battere un calcio di rigore a porta vuota, ma non da undici metri, bensì da undici centimetri. Così è andata e, col senno di prima, così era chiaro sarebbe andata se solo gli inetti presuntuosi che andavano a gridare a destra e a manca dell’imminente trionfo, addirittura al primo turno, fossero stati ad ascoltare, invece che blaterare di una materia ad essi ignota: la Politica. Ora, affinché non si perdano nell’aere le durissime reprimende del professor Bombino, del dottor Lamberti Castronuovo, dell’avvocato Tuccio, tanto per fare qualche nome, è decisivo radere al suolo tutto, ma proprio tutto ciò che abbia avuto a che vedere con i responsabili della catastrofe. Solo sulle macerie sarà possibile costruire qualcosa di completamente nuovo che non somigli nemmeno alla lontana all’occupazione strapaesana degli spazi da parte di chi non ha alcun diritto di mettere becco sulle vicende del centrodestra della città di Reggio Calabria, se non quello assicuratogli da mezze figure che non hanno la forza autonoma per imporsi ed imporre le rispettive idee. L’unica soluzione percorribile, da quelle parti, è quella di un civismo vero e non fittizio, esterno ai partiti ma legato ai valori propri della destra. A porsi sulle spalle il gravoso fardello dovranno essere proprio coloro i quali, in questi anni, sono stati esclusi da capetti di pezza sdrucita. Lo dovranno fare da subito, con spirito inclusivo e togliendosi di dosso quell’insopportabile olezzo di settarismo che, troppo frequentemente, sfocia in personalismi astiosi. In questa fase non si coglie l’occorrenza di sputar sentenze da piedistalli d’argilla, ma di piegare la schiena per picconare un passato pregno di lacune e ricostruire una casa aperta nella quale le finestre rimangano sempre aperte per far circolare l’aria pura di spunti creativi e programmi ispirati. Proprio per questo, con modestia e fuggendo da qualsiasi forma di ossequiosità, è sostanziale ripercorrere, fino ad arrivare alle prime scene, tutto il film spaventoso che ha condotto ad una fine così amara per quella parte politica. Citando, a titolo esemplificativo della mancanza di un modello di pensiero forte, la vicenda che ha riguardato Giuseppe Bombino, nessuno ha mai preso il toro per le corna per rendere di pubblico dominio le ragioni per le quali una figura così autorevole non meritasse neppure di essere presa in considerazione. Una freddezza che ha fatto solo danni generando gli indugi alla radice del forzato passo indietro da parte dell stesso docente universitario, Non è una considerazione che vale solo per lui, ma giacché il Deputato di Santo Stefano in Aspromonte ha sbeffeggiato ripetutamente questa ipotesi per poi rispondere “Sissignore” all’opzione dissennata impersonata dal “soggetto ignoto” di MelitoMassaGenova avvilito dall’infausto esito elettorale, ristabilire la verità dei fatti, per come si sono succeduti fino all’abbraccio mortale con la svendita della città a Capitan Papeete, è dirimente ai fini di un azzeramento delle gerarchie e dei processi decisionali rei della batosta. Anche perché, se i babbei cinti strettamente intorno ad antidiluviani modi di fare politica non ne hanno ancora cognizione, all’esterno dello steccato in cui pascolano inconsapevoli della prateria che li circonda, nuove, e ben più proficue idee, in quell’infinita superficie stanno cominciando a galoppare.

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