Il candidato sindaco del centrosinistra reggino spunterà da memorie corte, finzioni e rancori

E allora, il 15 marzo conosceremo il potenziale erede al trono falcomatiano: chi, dal centrosinistra, si lancerà nella pugna elettorale per mantenere nelle proprie grinfie la città di Reggio Calabria, con annesso il premio collaterale dei territori metropolitani, sarà conosciuto dal popolo la sera del giorno che taglia in due il mese di marzo.

Onore al merito perché, così guerreggiando, sapranno con certezza nome e cognome del candidato a sindaco da presentare in occasione della competizione elettorale del 24 e 25 maggio. Con il risultato che, già da sabato scorso, data ultima per farsi avanti, la coalizione ha, di fatto, iniziato la campagna di primavera.

Uno sforzo che i confusi avversari (?) del sedicente centrodestra si guardano bene dall’avviare: troppo breve l’arco temporale di sei anni, tanto è trascorso dalla disfatta umiliante del 2020, per costruire la candidatura non di una classe dirigente — per quella ripassate nelle prossime ere geologiche — ma almeno quella di un normalissimo uomo o di una normalissima donna in grado di tirare fuori dalle secche della rovina la città di Reggio Calabria.

No, niente: al momento encefalogramma piatto. Felici di essere smentiti con un asso nella manica che, però, finora è rimasto talmente nascosto da non essere più ritrovato nemmeno da chi dovrebbe tirarlo fuori con orgoglio e sicurezza.

Tornando, tuttavia, alle sempre piacevoli avventure del cosiddetto centrosinistra reggino, i tre sfidanti sono diventati tali solo per questioni di potere, certo non per questioni ideali.

Basti pensare che uno, Giovanni Muraca, ad oggi (del doman, recitava il poeta, non v’è certezza, men che meno nei corridoi dei due Palazzi che si specchiano a Piazza Italia), esponente di Casa Riformista, è stato per undici anni uno dei Cavalieri di punta del falcomatismo, braccio forte e fidatissimo, almeno finché il già sindaco ereditario non lo ha bellamente calpestato lungo la sua corsa senza freni alla poltrona di consigliere regionale. Suvvia, non poteva certo essere uno dei suoi sottoposti ad arrestarla: lui lo aveva accompagnato a Palazzo Campanella, lui da Palazzo Campanella lo faceva uscire, consigliere regionale on demand.

Il bravo Muraca non ha accolto il diktat e fu così che i due, entrambi poi candidatisi per occupare uno scranno nella massima Assemblea legislativa calabrese, chiusero un rapporto di amicizia personale di antichissima data.

Il secondo, Massimo Canale, in assenza di alternative, era stato salutato come frontman nell’immediato “dopo Scopelliti”: stiamo parlando, signori, del 2011 quando, quindici anni addietro, fu sonoramente sconfitto da Demi Arena. Eppure il sedicente centrosinistra, al termine del doppio mandato con appendici di Giuseppe Falcomatà, è ancora là, continua a essere fermo là.

O, nella più ottimistica delle ipotesi, ricominciamo pure dal 2014, visto che il terzo contendente (quello strafavorito, per intenderci), il buon Mimmetto Battaglia, si ripropone alle Primarie per la seconda volta. Dodici anni fa si era contrapposto a Falcomatà, che lo piegò con appena 200 voti di scarto.

Nell’immediatezza del voto disse con sereno candore, salutando così l’epilogo: «Sono state Primarie caratterizzate da manovre subdole, accompagnate dall’estemporanea variazione degli orari di apertura e chiusura dei seggi, alle quali non mi sono frapposto nonostante le diffuse anomalie».

Però si sa: il tempo, in riva allo Stretto, scorre placidamente inquieto fino a dissipare ogni sospetto maligno, al punto da rendere possibile, da parte di quello stesso Falcomatà, la nomina ad assessore, poi a sindaco facente funzioni, fino all’investitura ad erede nel segno della continuità.

E, tuttavia, il tema della continuità con le Amministrazioni che hanno trascinato, con l’ausilio decisivo di uomini e donne degni di cotanto traguardo, Reggio Calabria verso l’ultima posizione in tutte le classifiche sulla qualità della vita in Italia è persino più decente del suo contrario: la discontinuità.

Essa, infatti, si declina prima di tutto nelle persone, nella loro selezione, nel cinismo di esserne supportati o nell’onestà intellettuale di alzare in faccia a simili personaggi un muro insuperabile.

Quindi, lasciando perdere Muraca che, come già ricordato, è stato uno dei pasdaran della marcia trionfale verso il baratro, l’avvocato Canale, di grazia, potrebbe assicurare che nel suo sforzo non si avvarrà del sostegno di nessuno dei soggetti che, con poco invidiabile pervicacia, hanno assecondato supinamente e passivamente la volubilità del sindaco ereditario?

Di tanti si è disfatto in una manciata di secondi, meno di quelli che servono per una sistemata al ciuffo consona alla dignità dello status.

Lo stesso Canale, per esempio, da candidato nel segno della discontinuità, potrebbe specificare nel dettaglio in cosa l’esperienza falcomatiana sia stata negativa al punto da dover essere combattuta da sinistra? Perché in questa interminabile stagione, segnata in maniera drammatica dalla mediocrazia in salsa falcomatiana, non ci è parso che si sia udita la sua voce un numero di volte granché apprezzabile.

Come tanti, per l’amor di Dio, come quasi tutti, tra operatori dell’informazione e addetti ai lavori propriamente detti che, nel migliore dei casi, hanno una capacità di lettura dei fatti della politica pari a quella che noi possiamo avere della meccanica razionale.

Nell’attesa, poco fiduciosa, di ricevere risposte e, chissà, magari anche di scoprire chi il centrodestra opporrà ai candidati del fronte avverso, ci limitiamo a confidare che le operazioni di voto del 15 marzo si svolgano con regolarità: certo, i precedenti, come le affermazioni di Battaglia all’epoca risalenti ci hanno ricordato, non confortano, se non altro perché continuiamo a rimanere in attesa di conoscere cosa sia avvenuto nelle urne dei vivi e dei morti alle Comunali del 2020.

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