Si fa fatica a enumerare i giornalisti che negli anni sono stati infilati nel sottobosco dello staff di Palazzo: articolo 90 come unica bussola per muoversi lento pede tra i lati nord e sud di Piazza Italia. Tanti, anche in proporzione ai tantissimi che, a Reggio Calabria, hanno scoperto l’esistenza di un reddito da percepire mensilmente grazie ai buoni uffici dei padroncini comunali e metropolitani.
Eppure, a poco più di una settimana dall’apertura dei seggi, un momento storico che rappresenterà per la città la catarsi purificatrice e liberatrice dopo dodici anni di angosce e supplizi, i servizievoli servigi offerti da chi era lì dentro dal primo giorno e da quelli che si sono aggiunti cammin facendo si stanno rivelando polveri fradicie: una macchina della comunicazione propagandistica falcomatiana inceppata, con le ruote della creatività bucate e il motore delle idee fumante.
Provate a dare un’occhiata ai social o ad ascoltare qua e là timide voci smozzicate: qualche temerario ancora persiste nel difendere ciò che difendere non può e non si può. Consapevoli di non poter vantare successi e dovendosi necessariamente mostrare con la nudità dei (non) fatti al cospetto dell’elettorato, si lasciano convincere da sé stessi che la fionda intellettiva di cui si sono potuti avvalere fin qui sia in realtà un missile balistico. No, gioie del cor mio: di fionda trattasi, e anche assai difettosa.
Capita così che, un esempio tra pochi perché pochi sono ormai gli impavidi negazionisti amministrativi, i coraggiosi terrapiattisti della politica reggina, persino il radicale restyling dell’aeroporto dello Stretto — data di presentazione fissata per sabato prossimo — diventi motivo di assalto rancido agli entusiasti di questa trasformazione strutturale che finalmente renderà vero terminal uno scalo per il quale nessun parassita del centrosinistra ha mosso un dito per sottrarlo al destino, prima apparentemente ineluttabile, di una stazioncina di paese.
Fa sorridere che si sia così imbevuti di ideologia dell’odio personale da essere ciechi e sordi, ma purtroppo non muti, dinanzi a una realtà che, quantunque resistente, non ha la forza di togliere voce alle sopravvissute vedove del lugubre evo falcomatiano. Ed eccole allora avventarsi sul nemico che, certo, non sarà battibile nelle cabine elettorali, ma denigrabile a mezzo stampa e a mezzo social sì.
Via, allora, al racconto uguale e contrario, a uno storytelling livido che, però, ahiloro, non attecchisce: stavolta proprio no, non prende aria. E non lo fa non perché ci sia un apparato propagandistico che contrasti l’ossessiva campagna di delegittimazione, ma perché sono gli stessi reggini ad avere le palle strapiene di queste sanguisughe mantenute da dodici anni, e a contrattaccare senza freni e a briglie sciolte.
Si è arrivati persino a lamentare un eccesso di velocità lavorativa nella realizzazione del nuovissimo volto dell’aeroporto. Risate a non finire. Ma se per un attimo ci si sofferma a pensare che gli improduttivi e dannosi pseudo-amministratori occupanti i due Palazzi di Piazza Italia, uno di fronte all’altro, sono gli stessi pronti a inaugurare, tra frizzi e lazzi, il giocattolino per infanti in età prescolare pomposamente definito “ponticello sul Calopinace”, allora il quadro si chiarisce ulteriormente.
Loro, gli stessi che stanno sudando settantasette camicie per presentare al pianeta intero qualche metro di cemento prima che sabato 23 maggio si insedino i seggi, sono lì a puntare l’indice di una ormai manifesta inferiorità morale contro chi ha avuto il coraggio di credere che da qualche parte si potessero trovare — e mettere sul tavolo — le risorse per dotare Reggio Calabria di un’aerostazione reale nel terzo millennio.
Loro, gli stessi che già in occasione della campagna elettorale del 2020 — sì, 2020, ripetiamo: 2020 — recriminavano gli uni con gli altri che, in effetti, sarebbe bastato un minimo di impegno per concludere proprio quella minchiata di pochi metri di cemento pomposamente definita “ponticello sul Calopinace”. E, senza arrossire per la vergogna, accesero i lampioni del Parco Lineare Sud per far finta di inaugurare il niente.
Quindi, in effetti, il sospetto che gli altri si comportino come sono soliti fare loro, per un naturale istinto alla presa per i fondelli dei cittadini, nasce spontaneo. Nasce dal timore che gli altri si comportino come loro, che passeggiano con il sorriso smagliante e il ciuffo nel verso giusto sulle rovine della città annunciando mari fetidi e monti spogli.
Per dodici anni hanno aperto ogni mattina, senza saltare un giorno, il mercato delle bugie e, da dietro i banconi, si sono dilettati a propinare merce avariata. Ora che, però, è giunto il tempo di sbaraccare, non è rimasto più niente da spacciare come realtà parallela e, dunque, per i falcomatiani le pietre da scagliare sono ciò che è rimasto nelle mani.
Due mandati — peraltro allungati entrambi di un anno — sono troppi per continuare a credere alle cazzate, anche se da una parte ci sono i maghi della frode parolaia e dall’altra i più sempliciotti tra gli sprovveduti. Le frottole non volano più: come un boomerang sono tornate indietro e vi sono finite in faccia con tutta la violenza propria delle menzogne.
Saluti.