I segreti della Certosa di Serra San Bruno: ipotesi e verità ne “L’Angelo di Sibilla”

È sinonimo di silenzio, di preghiera, di contemplazione, ma anche di misteri e di ipotesi che la segretezza della storia lascia nell’alveo del pensiero e non in quello della certezza.

La Certosa di Serra San Bruno è da sempre motivo di attrazione e di studio ed il suo fascino cresce a dispetto dell’inesorabile trascorrere del tempo. Soprattutto perché il 27 febbraio 2014 è stato ricordato il quinto centenario della riconsegna del Monastero di Santo Stefano del Bosco all’Ordine dei Certosini.
Alla stessa data del 1514, dopo circa 322 anni, l’Ordine fondato dal Santo di Colonia tornava infatti in possesso della ‘sua’ Certosa, ma di quegli oltre tre secoli, caratterizzati dalla presenza dell’Ordine di Citeaux, poco è conosciuto.
Una penetrante indagine su quei fatti, ed in particolare su cosa accade a partire dal 1192, quando, per volere supremo del papa Celestino III e del re Tancredi di Sicilia, i Certosini dovettero lasciare il loro eremo ai Cistercensi, è stata elaborata da Lomorandagio (Girolamo Onda), già autore de “L’Angelo che custodiva gli atomi”, che ne “L’Angelo di Sibilla” smantella la motivazione di Celestino III (e di Tancredi) che parlò di “evento soprannaturale dell’eremo di Santa Maria della Torre dove i certosini, illuminati da ispirazione divina, erano propensi ad abbracciare la regola cistercense”.
Il libro, che parte con un recupero ed una parziale rielaborazione di figure e dati storici, approfondisce gli avvenimenti e si spinge a sostituire la versione ufficiale con una diversa interpretazione confortata da quelli che appaiono più come riscontri che come coincidenze.
Sarebbe “un’operazione segreta”, ad avviso dello scrittore, ad aver sconvolto il precedente equilibrio, un’esigenza materiale e non certo una revisione spirituale. Sarebbe stata la necessità di salvare la vita all’infante Guglielmo III d’Altavilla ad indurre la madre Sibilla di Medania a mettere in pratica un piano che prevedeva la scomparsa e l’introduzione nell’antica residenza estiva del suo avo Ruggero I, adiacente alla rifortificata Certosa – dotata del necessario e delle opportune misure di sicurezza – del piccolo erede al trono di Sicilia, altrimenti vittima della furia distruttrice di Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, che stava occupando anche l’Italia meridionale.
Lo stratagemma sarebbe riuscito con il contributo decisivo di Costanza d’Altavilla, moglie del re di Germania ed imperatore Enrico VI. Nella residenza adiacente e comunicante con la Certosa, Guglielmo III sarebbe cresciuto ed istruito, prima di tornare in libertà – a seguito della misteriosa e apparentemente poco comprensibile morte di Enrico VI, avvenuta dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua – con il nome di Guglielmo Palamara.
Se anche la fortezza certosina fosse stata scoperta, un ulteriore piano avrebbe previsto la fuga nel castello normanno di Stilo sul Monte Consolino. Evidentemente nulla di tutto questo – a cominciare dalla riedificazione a scopo militare di parte della cinta turrita – sarebbe stato possibile se nella Certosa fosse rimasta la rigidità della regola certosina.
Lomorandagio, proponendosi di “rubare un pezzo di silenzio alla vera storia” e attraverso la formulazione di una spiegazione verosimile, ci regala con un linguaggio lineare, talvolta arricchito da elementi tecnici ed architettonici, un nuovo modo di guardare alla storia ed alla realtà inducendoci ad insistere per svelare quelle verità che, per comodità di potere o per ipocrisia, vengono spesso soffocate dalla dimenticanza.

Contenuti correlati