I “marcusiani” di Fabrizia nel paese che “non sa cantare”

*di Bruno Vellone – «L’unica somma che è arrivata sono state le 50mila lire che ci mandò quello scrittore, Pasolini, dopo che venne e vide in che modo viviamo e con quei soldi abbiamo costruito un ponticello tra Arena e Gerocarne per superare un fossato».

Le parole i uno dei capipopolo della protesta del 1968 non lasciano dubbi. Era stato proprio Pier Paolo Pasolini, dopo il suo viaggio nelle Serre vibonesi, a donare i soldi che avrebbero permesso di vincere l’emarginazione di un villaggio contadino che, allora, non aveva alcuna strada per raggiungere “la civiltà”. Lo rivela un articolo di Sharo Gambino del 1968, dal titolo “I marcusiani dell’Ariola”, in cui lo scrittore calabrese scriveva che i contadini dell’Ariola, come protesta formale nei confronti di uno Stato che si disinteressava del loro bisogno, inviarono all’uomo nuovo della Calabria Giacomo Mancini, allora ministro dei lavori pubblici, un plico contenente i certificati elettorali, nel contempo invece elogiarono la vicinanza di Pasolini che si era sostituito allo Stato. La storia si ripete direbbe Giovan Battista Vico. Ma forse a queste latitudini la storia non è mai storia, ma sempre un continuo stallo. Sono passati oltre 50 anni (siamo nel 2019) e le cose non sono poi cosi cambiate. L’uomo potrà raggiungere anche la luna ma nell’entroterra vibonese spostarsi da un paese all’altro è ancora una cosa dell’altro mondo. Oltre 500 tessere elettorali sono state raccolte dal Comitato cittadino spontaneo “Indignati speciali” dove oltre l’indignazione, la specialità sta nel fatto che indignati lo sono ormai da quasi 5 decenni. Proprio in questo arco di tempo i bisogni più importanti del popolo fabriziese (d’estate manca l’acqua in casa ancora oggi) sono stati troppo spesso messi da parte dalla politica, locale, provinciale e naturalmente regionale, che interviene per ribadire come le strade delle marinate vibonesi siano state ricostruite con fondi regionali salvo poi scordarsi totalmente di quelle montane nelle quali i cittadini e qualche sporadico turista senza meta rischiano di cappottarsi dietro ogni curva di gomitoli eternamente rattoppati. La raccolta delle schede elettorali ha un forte significato simbolico: la popolazione è stanca di vessazioni, mancanze e la voglia di riscatto, cosi come il sogno ricorrente di fuggire ed emigrare, ha ormai preso il sopravvento. Così, da un timido lamento di uomini estenuati dalla fatica e di alcune matrone che hanno lasciato il linguaggio del contraffascino, si è passato a qualcosa di più vibrante da parte di alcuni giovani. La protesta ha una valenza politica? Certamente, ogni volta che alla base vi è la necessità di rivendicare un diritto la questione è sempre politica, ma in questo caso non è partitica nè di parte. Così come alla base di una questione morale vi è la scelta dell’uomo di un comportamento orientato verso il bene o il male. Qui morale e politica coincidono. La questione delle strade dell’entroterra montano delle Serre vibonesi, in quello che lo scrittore Serafino Maiolo definisce “Il paese che non sa cantare”, è moralmente e politicamente giusta.

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