I Divini Otelma del centrosinistra reggino

E quanto è bello parlare con il senno di poi, aprire la bocca per esprimere banalità che tali sono oggi e tali sono state per anni. Solo che su quelle banalità, magari, sono state costruite e protette carriere, clientele e stipendi. Nei giorni successivi al voto, sotto le macerie che hanno seppellito dodici anni di mala politica e amministratori scelti per manifesta mediocrità, si muovono le ombre fantasmatiche dei responsabili del centrosinistra che, pensate voi i paradossi della vita, osano persino spiegarci l’ovvio. Hanno cioè l’ardire di prenderci per fondelli cavalcando, compunti, analisi di una stupidità tale da far impallidire gli scemi del villaggio, provando a spostare altrove l’attenzione che andrebbe puntata sui responsabili della disintegrazione di una città e della sua provincia. Perché è sempre bene non dimenticare i personaggetti in assetto circense permanente che si sono occupati, per ruolo e non per azione reale, della Città Metropolitana. Come sarebbe ingeneroso e non corrispondente alla realtà dei fatti sbeffeggiare soltanto gli ultimi esemplari di un percorso infausto, dimenticando gli scadenti assessori e consiglieri che hanno indossato la maglietta disonorevole delle diverse, scalcinate compagini messe in piedi da Falcomatà.

Ed è proprio qui che sta il punto centrale della questione: perché la lunga esperienza del sedicente centrosinistra a Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro fosse una caricatura della gestione della Cosa Pubblica è stato lapalissiano ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno dal 2014 in avanti. Eppure, solo ora, a terremoto avvenuto, si alzano al cielo voci lamentose che condannano il passato. Sono serviti dodici anni, un tempo oggettivamente lungo persino per rispettare la loro intelligenza, ai maggiorenti di PD e centrosinistra per capire i guasti che, con ostinazione, i rappresentanti di quella coalizione, svaccati immeritatamente su quegli scranni, hanno causato a Reggio Calabria e al territorio limitrofo.

Secondo loro è adesso il momento dell’analisi. Secondo loro dovremmo stare a sentire oggi considerazioni che avrebbero dovuto impegnarli giorno e notte quando era indispensabile, cioè prima che restassero soltanto i detriti prodotti dall’operato di improvvisati piccoli uomini e piccole donne.

Questa sconfitta epocale salita dalle urne ha moltissimi padri e moltissime madri, sia ben chiaro: sarebbe una vigliacca semplificazione scaricare tutto su Giuseppe Falcomatà che, in quanto líder máximo della compagine di incapaci, resta naturalmente il principale responsabile. Ma tutte le circostanze nelle quali i suoi compagni e le sue compagne avrebbero dovuto fermarlo? Come mai si sono nascosti sotto il grande tavolo del piccolo potere dei meschini? E quelle circostanze sono state numerose.

Anche quando, in un paio di occasioni, sembrava che persino gli amministratori del sedicente centrosinistra fossero arrivati a un millimetro dalla comprensione della realtà, l’ossessiva passione per i privilegi personali ha sempre prevalso sull’interesse dei cittadini, schiacciato con cinismo dalla conservazione di ruoli che mai, nella loro vita professionale privata, quei soggetti ordinari avrebbero potuto anche solo sognare.

Quanta malafede e quanto opportunismo si nascondano dietro le presunte autocritiche successive allo sfacelo abbattutosi sull’arroganza del sedicente centrosinistra è facilmente intuibile. A dimostrarlo plasticamente sono le facce di chi ha strappato, con suprema verecondia nei confronti della città, uno strapuntino fra i banchi della minoranza più imbarazzante che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Degli otto miracolati, con le buone o con le cattive, il solo ad avere la faccia pulita, non sporcata dalla condivisione di colpe gravi, pesanti e imperdonabili accumulate nel periodo falcomatiano, è il medico Francesco Catalano, che può menare vanto anche di un ulteriore merito: aver estromesso dal Consiglio Gianni detto “Ti mangiu u cori”, detto “Piano Marsell” Latella.

Tutti gli altri sono vecchi e usurati arnesi dei quali, nei due mandati, non si ricordano altre azioni se non quelle di servile e opportunistica accondiscendenza nei confronti del capetto di Piazza Italia, oggi in remunerato esilio a Palazzo Campanella. Mai una seria obiezione. Né da parte loro né da parte di chiunque altro sia finito nella polvere del centrosinistra reggino dal 2014 a oggi. Mai una presa di posizione contro l’abulia amministrativa. Una città angosciata, che ha perso il senso della comunità, tetra, piombata nel baratro della depressione collettiva.

Eppure signorini e signorine, a differenza di quanto stiamo ascoltando in questi giorni, erano lì a difendere con le unghie e con i denti il sovrano. Tutti impegnati a raccontare le mirabilie del Niente, le meraviglie del Nulla. Che si parlasse di dati economici o sociali, di tutto ciò che costituisce l’ordinarietà amministrativa, lottavano soltanto per essere i più lesti a sguainare la lingua d’ordinanza.

E a proposito di bilancio, quello con la B maiuscola, se è vero, come hanno sempre sguaiatamente rivendicato, che una volta giunti a Palazzo San Giorgio hanno trovato una giungla debitoria di migliaia di trilioni di fantadollari, da essi magicamente trasformata nel Paradiso dei conti pubblici, è possibile sapere perché gli assessori preposti, evidentemente economisti di chiara fama planetaria da far invidia al Fondo Monetario Internazionale, siano stati presi a calci e fatti rotolare dalle scale? Delle due l’una: o ci sono state raccontate tonnellate di minchiate oppure Falcomatà è un folle scriteriato che si è liberato, come ci si libera di calzini bucati, di potenziali Premi Nobel incompresi.

Vero anche che l’una non esclude l’altra, se solo si leggono i documenti che nel tempo sono stati elaborati, ma mai concretizzati, dai capataz del PD e della compagine di governo, segnati in alcuni passaggi da accuse nei confronti dell’ex sindaco che sembravano appartenere più alla categoria delle patologie psichiatriche che a quella della polemica politica.

In realtà sarebbe il caso di capire che è finito il tempo dei penultimatum con cui si minacciano fulmini e tempeste, salvo poi tornare con la coda fra le gambe perché un posticino da capo di Gabinetto, Comune o Citta Metropolitana fa lo stesso, o da sottopancia per sé stessi e per consorti varie si trova sempre negli sgabuzzini popolati da serpenti.

Qui tutti si baloccano come se avessero sbagliato strada per un’oretta e, ripresisi dalla sbornia, si fossero prontamente rimessi sulla retta via. Signori truffaldini, non ci sono tre carte da far svolazzare da destra a sinistra: ci sono dodici anni, dodici, che condannano impietosamente. Primo, secondo e terzo grado.

Confidando, peraltro, che, a proposito di condanne e di voto, si possa un giorno, chissà, magari per sbaglio, conoscere la verità sui brogli che hanno insudiciato le elezioni e l’immagine di una città.

Ma quel caporale che del PD era capogruppo e finito in manette? Una volta uscito ha ammazzato l’attesa rivolgendosi all’amichetto Carmelino Versace, che, proprio sul filo di lana, lo ha nominato capo di Gabinetto alla Città Metropolitana. Un ultimo giro di giostra arraffando i soldi dei contribuenti. Ma tutti i giri di giostra finiscono. E per Castorina è opportuno, si spera almeno, pensare a una valida difesa processuale; per Versace, invece, cominciare a riprendere confidenza con l’anonimato garantitogli da quel banchetto dell’opposizione più inutile della storia italiana.

Qualcuno ha avuto persino la faccia tosta di sostenere che, in realtà, il nocciolo del problema che ha infranto i sogni del centrosinistra sarebbe stato l’assenza di comunicazione. In sostanza non sarebbero stati bravi, poveri cocchi, a raccontare alla città quanto di buono e di bello compivano giorno e notte.

Ma come? Hanno riempito quelle stanze di un numero di giornalisti da far invidia alla Casa Bianca ed erano loro talmente scarsi da non riuscire a far passare il messaggio per il quale venivano pagati, anche loro con i soldi dei contribuenti? E quella minchiata secondo cui “non conta chi conosci, conta cosa conosci”? Tutte le menti raffinatissime e illuminatissime che immaginiamo abbiano dato vita quotidianamente a brainstorming da far girare la testa agli spin doctor d’oltreoceano?

Attraversavano stancamente il deserto delle idee e, pur non essendo impegnati nella ricerca di qualcosa di ambizioso, non riuscivano ad afferrare nemmeno il concetto elementare che, quanto meno, avrebbero dovuto occuparsi di buttare la spazzatura e aprire i rubinetti. Così scarsi, scarsissimi, da non essere stati in grado di fare persino questo.

La verità è che passeranno anni prima di renderci davvero conto di quanto pervasivi siano stati gli effetti della loro nefandezza. Intanto sghignazziamo leggendo le previsioni del giorno dopo a cura dei Divini Otelma dello Stretto a pugno chiuso e pacchetti di voti ben confezionati.

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