I bambini temono il coronavirus: le loro ansie sacrificate sull’altare della reclusione

Fare spazio alla razionalità in molte situazioni, e quella vissuta ne è una palese testimonianza, è molto più difficile di quanto si pensi

Era prevedibile, ma rientrando tra gli effetti collaterali causati dalla reclusione forzata, è stato soggetto a minimizzazione facilona.

Adesso, da più parti nel mondo, si alza il livello di apprensione per le paure, già in qualche caso espresse verbalmente, dei bambini di uscire di casa dopo un lungo periodo di “rifugio” casalingo. Temono il coronavirus, ne sono spaventati perché ci sono timori, consci ed inconsci, ben più potenti delle rassicurazioni elargite da un padre e da una madre premurosi. Le avvisaglie erano a portata di orecchio, ma si è scelto di non concedere deroghe e, dunque, la circostanza che minorenni impossibilitati ad elaborare il senso di un evento drammatico restassero isolati all’interno del proprio domicilio non rappresentava un’emergenza. Un inammissibile errore di prospettiva che non ha tenuto conto della globalità della salute individuale e le cui scosse sul piano psicologico si fanno sentire oggi, ma saranno ancor più violente sul medio e sul lungo periodo. Dovranno adesso affrontare un disagio diversa ed ulteriore: quello di abbandonare le mura che, ai loro occhi emotivi, hanno protetto dal “male”. Il clima di terrore collettivo, introiettato nell’animo ancora in costruzione di tanti piccoli e adolescenti, rischia di creare panico ingiustificato e continuato attorno alla propria salute che hanno constatato poter essere minacciata, in modo letale, all’improvviso. Fare spazio alla razionalità in molte situazioni, e quella vissuta ne è una palese testimonianza, è molto più difficile di quanto si pensi.

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