“Ho le idee chiare”: dalle parole ai fatti e la città ritrova la sua Reggina

In tre settimane ha liberato Palazzo San Giorgio e la Reggina: questi sono i fatti. Il resto è patologia da curare. Francesco Cannizzaro, proclamato sindaco di Reggio Calabria il 4 giugno, in tre settimane ha restituito onore alla carica di Primo Cittadino e alla squadra di calcio vanto dello sterminato popolo amaranto.


Stasera è il momento del giubilo generato dal passaggio della proprietà a Claudio Lotito. Non è il momento delle recriminazioni, non è il momento dei rimpianti. Solo la gioia di poter tornare ad abbracciare il colore amaranto senza le remore partorite dalla bassa speculazione di nani trascinatisi per troppo tempo lungo i marciapiedi attorno a Piazza Italia. Nessuno dei mortiferi attori del periodo più fetido della città merita di essere menzionato nelle ore in cui finalmente la città si riappropria del suo glorioso passato calcistico, messo sotto i piedi per tre anni da responsabilità, politiche e sportive, che porteranno per sempre il marchio dell’infamia. Adesso la tifoseria può nuovamente toccare con mano la prospettiva di coltivare la speranza concreta che la traversata nel deserto delle umiliazioni sia arrivata alla conclusione. Il domani non è più un infinito tunnel degli orrori popolato da personaggi pestilenziali, ma una promessa, realizzabile con serietà gestionale, di sogni che hanno una fisionomia ben definita. Da questa sera la Reggina è nelle mani di Claudio Lotito, da questa sera la Caronte non porterà più avanti e indietro chi, su chiaro mandato politico, è stato fonte inesauribile di mortificazioni. L’orizzonte ha ripreso colore, le aspirazioni di riportare la maglia amaranto nel calcio che le spetta per diritto di nobiltà sono lì, a portata della passione, sono lì, a un passo dal cuore.


Era a Piazza Italia, insieme agli ultras, in piena campagna elettorale. Al suo fianco gli altri candidati che si contendevano la fascia tricolore. Disse Cannizzaro: «Ho le idee chiare». Il tono era quello di chi non svendeva retorica demagogica. Il tono era sereno e sicuro al contempo: tipico di chi non solo ha le idee chiare, ma sa anche come si concretizzeranno di lì a breve. Ed è quello che è successo. Rispettando il ruolo di guida cittadina e avendo cura di non deludere le aspettative di coloro i quali non chiedevano altro che poter tornare a essere orgogliosi della propria anima fatta squadra, non ha giocato al ribasso, ha puntato in alto senza giocare d’azzardo.


Tutto si è mosso sul filo dell’equilibrio e dell’autonomia da garantire allo sport, venuti meno in un triennio in cui sedicenti amministratori pubblici si sono divertiti a fare i fantadirigenti di una squadretta di Serie D che, al netto dei formalismi federali, nel sentimento popolare è stata Fenice Amaranto dal fischio d’inizio all’ultimo minuto di recupero. Dal tardo pomeriggio di oggi, 26 giugno, possiamo tornare a chiamarla, da innamorati, con il suo nome proprio: Reggina.

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