Giorgio La Pira e i monaci certosini: l’attualità dei suoi scritti a 40 anni dalla scomparsa

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, in provincia di Ragusa ed ebbe un forte legame con la città di Messina; dove si trasferì nel giugno del 1914. A 22 anni, nell’Aprile del 1926, lasciò Messina per raggiungere Firenze e fu allievo del famoso giurista, Emilio Betti. Dopo gli studi ebbe assegnata la cattedra di docente di diritto romano all’Università di Firenze. Nel dopoguerra venne eletto alla Costituente nella Commissione dei 75: incaricata di redigere i principi della nuova Carta costituzionale. Nel 1951 venne eletto sindaco di Firenze, carica che mantenne quasi ininterrottamente fino al 1965. Di Giorgio La Pira vengono ricordate alcune memorabili iniziative di carattere politico e sociale, in particolare la strenua difesa dell’occupazione per gli allora duemila operai della Pignone e fu sempre sostenitore dei poveri e dei diseredati.
Con La Pira sindaco, Firenze acquistò una ventata di fama internazionale. Attraverso convegni per la pace e l’amicizia stabilì contatti culturali con molti esponenti politici di paesi stranieri. Si ricorda l’incontro dei sindaci delle capitali del mondo del 1955, dove La Pira, con un suo apprezzato discorso, incitò alla distensione e al disarmo. Dopo il suo ritiro dalla vita pubblica, continuò la corrispondenza e si tenne in contatto con molti capi di stato e personalità di spicco di ogni continente. Morì a Firenze il 5 novembre 1977. Per la sua vita esemplare è in corso la causa di beatificazione.
Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede ma, poco troviamo della sua ammirazione della vita di contemplazione dei certosini.
Di seguito si riporta un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:
“La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”
La strage di Farneta si riferisce alla fucilazione di dodici monaci certosini ad opera di soldati tedeschi delle SS. I religiosi erano stati prelevati dalla Certosa di Farneta di Lucca nella notte tra il 1 e il 2 settembre 1944. Per le SS i monaci certosini erano colpevoli di aver dato asilo ad un centinaio di perseguitati politici, partigiani ed ebrei.
I primi due monaci furono uccisi il 7 settembre, mentre gli altri 10 furono trucidati tre giorni più tardi nella più ampia operazione di massacro di prigionieri denominata Strage delle Fosse del Frigido.
Fra questi monaci vi era padre Gabriele-Maria Costa nato a Massa Lombarda il 16 settembre 1898, al quale è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Questo certosino aveva trascorso il noviziato in Spagna nella Certosa di Montalegre, presso Barcellona, prese i voti con il nome di Gabriele. Il 22 settembre 1928, nella Cattedrale di Barcellona, Dom Gabriele venne ordinato sacerdote. Successivamente trascorse un periodo in Francia, vivendo nella Grande Certosa. Tornato in Italia peregrinò per vari monasteri. Durante il periodo trascorso nella Certosa di Firenze (1929-1933) conobbe il giovane Giorgio La Pira, di cui divenne il suo confessore.
(da una ricerca storica di Girolamo Onda)

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