Garantisti sì, fessi no: Fratelli d’Italia in Calabria ha un gigantesco problema con la legalità

Gli specchiati militanti di Fratelli d'Italia lo sanno a tal punto da non avere il dubbio su quale parte occupare nella tenzone

Dice bene Jole Santelli quando, stamattina, rivendicando il garantismo che la contraddistingue, ha commentato gli esiti dell’operazione “Eyphemos” sottolineando la necessità di evitare condanne preventive. Bene, brava, applausi, ma precisiamo: garantisti sì, fessi no.

Perché, quanto meno, anche appuntando l’attenzione esclusivamente su Fratelli d’Italia ed evitando di allargare il ragionamento a Forza Italia, esiste, in tutta la sua evidenza, un problema gigantesco da quelle parti. Delle due l’una: o Giorgia Meloni è sfortunatissima oppure la selezione della classe dirigente effettuata da FdI nel corso degli ultimi tempi è, a dir poco, da bocciare senza riserve. Quando, la scorsa estate, fu tratto in arresto Alessandro Nicolò, più d’uno ritenne, all’interno del partito, che il problema fosse circoscrivibile e sovrapponibile alla persona dell’ex consigliere regionale. Mai valutazione fu tanto sbagliata e non col senno di poi, tutt’altro. Perché lo si deve dire a chiarissime lettere: c’era una volta un movimento politico che, richiamandosi alla Fiamma, sbandierava con fierezza i vessilli di legge e ordine in una visione della società scevra da ogni compromesso. Giustizia e sicurezza a guidare il cammino di militanti duri e puri che, magari minoritari sul piano numerico, potevano però girare a testa alta sbattendo in faccia agli avversari del tempo l’immoralità di comportamenti disinvolti quando non apertamente illegali. Oggi, per la più tipica delle leggi del contrappasso, avviene l’esatto contrario: in molti dovrebbero vagabondare arrossendo per la vergogna. Tutti, perché tutti sono stati complici, o arrendevolmente succubi, di scelte il cui unico scopo era solo quello di rimpinguare il pentolone elettorale. E allora, via tutti i filtri in entrata: dentro Alessandro Nicolò, dentro Domenico Creazzo, dentro Giancarlo Pittelli, per restare all’interno dei confini calabresi. E’ facile così, andando a pescare campioni di preferenze a destra e (soprattutto) a manca, moltiplicare il consenso abbandonando, tra il giubilo festante di tanti simpatizzanti, quelle percentuali marginali che rendevano i meloniani il brutto anatroccolo del centrodestra. Peccato che, a furia di ingressi indiscriminati, l’anatroccolo sia molto più brutto e per motivi ben diversi. Politica salviniana dei porti chiusi, ma delle porte aperte, apertissime, spalancate ed a tutto nocumento dei tanti che nei valori fondanti della destra storica ci credono davvero e per essi si battono con onestà adamantina. Se proprio si deve andare a caccia nella foresta dei moderati, lo si faccia adottando politiche più moderate, non con il misero trucchetto di arruolare ras provenienti da altri lidi. Con queste modalità non sono le idee di Fratelli d’Italia ad incontrare favori sempre crescenti, ma i personaggi di cui sopra spostano volgarmente i propri voti da una sponda all’alta contribuendo all’ingrasso. Poco valorosi appaiono, invece, quei pochi che, nelle ore successive all’arresto di Domenico Creazzo, hanno richiamato antiche parole d’ordine di berlusconiana memoria: giustizia ad orologeria et similia. Nulla di tutto questo e gli specchiati militanti di Fratelli d’Italia lo sanno a tal punto da non avere, nemmeno per un minuto, il dubbio su quale parte occupare nella tenzone. Sanno, loro sì da persone integre, che il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri è l’esatto contrario del magistrato a cui, purtroppo, siamo stati costretti ad abituarci troppe volte: mai un intervento sopra le righe, ma un magistrato che rifugge protagonismo e luci della ribalta, un uomo dello Stato che lavora in silenzio e con serietà massima. La politica non è affar suo e non è affar suo quello che succede dalle parti di Palazzo Campanella sul cui scranno più prestigioso era in predicato di sedersi proprio quel Creazzo da Sant’Eufemia d’Aspromonte da oggi ai domiciliari. Sono queste le storie di ‘ndrangheta e politica che, alle nostre latitudini, alimentano l’antipolitica becera o la disaffezione verso la Cosa pubblica. Prova ne è che al Movimento 5 Stelle non è parso vero risollevare la testa, come ha fatto da stamane spedendo senza soluzione di continuità una nota di condanna dietro l’altra. Inchieste del genere non si limitano a scoperchiare il pentolone del presunto malaffare criminale e connivente, ma anche quello, ancor più puzzolente, dell’ipocrita accondiscendenza verso il “così fan tutti”.

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