Fuori tempo massimo: sulla sanità reggina va in scena il finto sdegno del sindaco dormiente

L'orario d'inizio del Consiglio comunale e metropolitano congiunto dedicato alla sanità è previsto per le 17:30 di lunedì

Passeranno parecchi decenni prima che qualcuno, dotato di mezzi intellettuali nettamente superiori a quelli di cui beneficiano gli esseri umani del XXI secolo, intuirà le ragioni profonde all’origine della promozione, inutile quanto tardiva, velleitaria quanto ingannevole, del Consiglio comunale e Metropolitano congiunto in programma nel pomeriggio di lunedì in una infuocata Piazza Italia.

Una riunione dedicata alla questione della Sanità, ferita mortalmente da una serie infinita di colpi letali, ultimo in ordine cronologico, l’ipotesi di dissesto dell’ASP. Una mossa, quella del sindaco Giuseppe Falcomatà, che ha l’unico (de)merito di mettere una pezza, sdrucita ed usurata dall’incapacità, ad un buco di leadership in cui mai la città prima d’ora era precipitata. Più che un buco una voragine simile ai crateri emergenti all’improvviso lungo le strade. Un passo che, del resto, il Primo Cittadino compie solo per dare sfogo alla sua incontenibile, quanto vacua, ansia propagandistica: tante chiacchiere e fatti inesistenti. Quella medesima ansia che, esattamente due anni fa, anche in quel caso indotto dall’afa opprimente, lo convinse a sbandierare agli allocchi che si sarebbe tenuto un Consiglio comunale aperto ed all’aperto, al porto di Reggio Calabria, per affrontare l’emergenza migranti. Una seduta che, come noto, mai si tenne producendo un moto di sconforto in quei pochissimi esponenti della maggioranza sensibili al richiamo dell’onestà intellettuale. E’ difficile da immaginare, anche producendosi in sforzi concettuali di un certo peso, come possano essere accettati comportamenti del genere, scialbi e tracotanti al tempo stesso, da parte di chi, per esempio nel settore della Sanità oggetto del Consiglio del 17 giugno, lavora e profonde impegno da un tempo di gran lunga precedente la nascita dello stesso Falcomatà. Tanti, tantissimi professionisti che, a dispetto di tutto e tutti, hanno portato avanti, qui, in riva allo Stretto, una baracca prossima al crollo da un momento all’altro perché i suoi pilastri erano, e sono tuttora, costituiti, solo da persone fisiche, profondamente dedite, ma con i limiti propri di chi non è munito di poteri da supereroe. Tra essi c’è qualcuno che, con lucida chiarezza ed investito dal ruolo pubblico ricoperto, ha inchiodato il sindaco alle proprie responsabilità. Lucio Dattola, per esempio, consigliere comunale di Forza Italia e medico, come tale ben conscio che a Falcomatà sia proprio sfuggito il senso di quanto accaduto. Come fosse uno tra tanti, come se non fosse lui ad indossare la fascia tricolore di Primo Cittadino, ha tentato originariamente di cavarsela scribacchiando una letterina senza sostanza e nella quale latitavano i contenuti, quelli drammatici, quelli veri, ben noti agli uomini ed alle donne armati di quel senso delle istituzioni imprescindibile per assumere cariche apicali. Nulla di tutto questo, come messo in evidenza con semplicità dall’esponente ‘azzurro”, consapevole che il sindaco nulla conosca dei numeri e delle politiche dissennate, quando non illecite, all’origine della catastrofe. E’ grave, gravissimo, se si pensa che ad ignorare quanto accaduto nel corso degli anni, salvo esibire una patetica levata di scudi soltanto a giochi fatti, sia la massima autorità sanitaria comunale, peraltro compagna di partito di quel presidente della Regione dalle nomine imbarazzanti e complici del disastro. Chiamare all’appello la cittadinanza oggi è offensivo, ma questa non è una novità, cercare sponde in una comunità che non ha mai saputo guidare, emotivamente ed amministrativamente, è, invece, un magheggio mal riuscito che ha, tuttavia, il pregio, di mostrare, ancora e ancora e ancora, l’inaffidabilità di un modesto affabulatore.

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