Fuga dal PD calabrese: scappano i Giovani Democratici, scappano gli elettori

Ce n’è voluto, ma alla fine le batoste, una dietro l’altra, cocenti, hanno destato dal sonno anche Ernesto Magorno, numero del Partito Democratico in Calabria. Sollecitato da Luigi Gugliemelli, segretario provinciale a Cosenza, il suo omologo regionale si è reso conto, almeno a parole, che una forza politica sprovvista di radicamento territoriale e di quella catena di comando indispensabile in ogni organizzazione che si rispetti è destinata all’evaporazione. Ad autunno, questo è l’annuncio atteso alla prova dei fatti, saranno celebrati i congressi cittadini nei cinque Comuni capoluogo. L’ultima umiliazione che ha travolto i democrat a Catanzaro è indicativa, al pari delle altre precedenti, di una assoluta incapacità di sintonizzarsi con le richieste provenienti dall’opinione pubblica di riferimento. Detto in altre parole, chi è di sinistra non vota più PD e, peggio, non contempla più l’ipotesi di considerarlo un’opzione adatta alle proprie aspettative. Non è un problema solo calabrese, tutt’altro, ma che in un’area del Paese storicamente indietro rispetto alla locomotiva trainante la Penisola è un dato, dal punto di vista, molto significativo. Rabbia e paura sono ormai accompagnate ad una sensazione di insicurezza, reale e percepita, sociale ed economica, che il Partito Democratico è strutturalmente incapace di intercettare. Non sono certo gli impulsi populisti a dover essere soddisfatti, ma, banalmente, quella soddisfazione dei diritti, individuali e collettivi, un tempo marchio di fabbrica delle lotte intraprese dalla sinistra. L’asservimento alle politiche di austerity, a suon di tagli e ciniche sforbiciate, ha svuotato il Partito Democratico del consenso originario. I tradizionali cavalli di battaglia della principale forza progressista si traducono, a intermittenza, in posizioni sconclusionate a cui il potenziale elettorato rimane insensibile e non potrebbe essere altrimenti: altre, infatti, sono le priorità avvertite. Andate in un ospedale calabrese, fatevi un giro in un qualsiasi edificio scolastico dal Pollino allo Stretto, redditi in (ulteriore) picchiata, accentuato divario con le regioni settentrionali. In Calabria manca la speranza e il Partito Democratico, con Oliverio e Falcomatà per citare due dei maggiori responsabili della fiducia allo sfascio, ha dimostrato di essere, nella migliore delle ipotesi, inadeguato a gestire una fase così critica. Tessuti sociali completamente sdillabrati, leadership indolenti e pigre: un mix micidiale foriero della conseguenza peggiore, la marginalizzazione di strati crescenti della popolazione. E il PD non riesce a cucire e ricucire, come e dove sarebbe essenziale. E se la fuga non interessa soltanto gli elettori, ma anche attivisti e militanti, per di più giovani, il campanello d’allarme ormai è talmente rumoroso da perforare i timpani: non sentirne l’eco assordante significa che le orecchie sono completamente insensibili. In provincia di Reggio, per esempio, in trecento hanno dispiegato le vele e, partiti dalla sponda dei Giovani Democratici, sono sbarcati sulla riva di Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista. Nel documento diffuso per spiegare le loro ragioni non hanno mendicato giustificazioni, si sono limitati a chiedere di poter essere parte di un partito di sinistra.  “Abbiamo deciso  – sono state le parole iniziali – di far politica sin da giovanissimi per migliorare lo stato delle cose, combattere le ingiustizie e le disuguaglianze, immaginare un mondo basato su uguaglianza, giustizia sociale, conoscenza e diritti”. Un appello accorato, un grido di dolore.  E giù ad elencare le scelte adottate dal ‘Partito di Renzi’, talmente profonde e e lancinanti  da creare “forti lacerazioni con il suo popolo: dalla ‘Buona scuola’, in cui prevale vergognosamente la figura del ‘preside manager’ con l’assenza totale del confronto con studenti e docenti, al ‘Jobs Act’, nel quale in nome del precariato e dei voucher si è abolito l’Articolo 18 facendo sì che venisse meno la tutela dei lavoratori e dei loro diritti a favore dei padroni. Per poi passare all’arrogante ‘ciaone’ verso 13 milioni di italiani votanti al referendum sulle trivelle, alla rottura con il mondo dei sindacati, ed infine per concludere con la campagna referendaria del 4 dicembre personalizzata da presunzione e contenuti imbarazzanti in nome di un ‘sì’ sonoramente bocciato dai cittadini in difesa della Costituzione”. Uno stillicidio insopportabile che i trecento Giovani Democratici reggini hanno smesso di subire passivamente, anche perché: “è ormai evidente come il nostro ex partito si sia trasformato radicalmente in un partito personale di centro”. A prenderne atto, una competizione elettorale dopo l’altra, sono porzioni sempre più ampie di votanti ed iscritti: se il PD non arresterà la sua caduta in fondo al baratro dei personalismi di capetti autoreferenziali disconnessi con la società calabrese, molto presto rimarrà un contenitore vuoto di idee e riempito solo da modesti personaggi a cui il tempo sottrarrà quel poco di gradimento sopravvissuto, unico precario salvagente di cui dispongono.

 

 

 

 

 

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