*di Gaetano Walter Caglioti – Non si può leggere di una Filadelfia mafiosa senza reagire. Ho trascorso nel paese, in provincia di Vibo Valentia, i migliori anni della mia giovinezza e della mia vita. E mi sono sentito più filadelfiese di chi a Filadelfia c’è nato. Ho avuto la fortuna, anzi l’onore, di esserne stato per circa un ventennio consigliere comunale e segretario, e iscritto, di un partito di sinistra che non esiste più.
Consigliere comunale sempre “rigorosamente” di minoranza.
Ma in politica, si sa conta, il voto popolare.
E, nei paesini in specie, conta la parentela (possibilmente lunga) e i comparaggi (possibilmente lunghi) cose di cui francamente difettavo.
Che il fenomeno ‘ndranghista sia un sistema esistente, prima limitato alle regioni meridionali e ora a livello nazionale e internazionale, è un dato di fatto.
Affermare infiltrazioni mafiose nel comune di Filadelfia specie se riferite agli anni in cui ci ho vissuto mi sento francamente di escluderlo.
Ho nel mio ruolo politico e consiliare denunciato pubblicamente, in Consiglio comunale, con manifesti e attraverso la stampa e i social, la “cattiva” cultura nella gestione della cosa pubblica.
A chi, durante una seduta consiliare, parlava di cultura nell’amministrare la cosa pubblica un, allora assessore, rispondeva “ma quale cultura e cultura servono i voti”.
Ed è in sintesi l’uso di quei voti, del consenso popolare, mal amministrando la cosa pubblica come se fosse una cosa privata è quello che, per onestà, si può contestare, e si è negli anni contestato, a chi ha amministrato Filadelfia.
Come non si può tacere del colpevole silenzio delle Istituzioni pubbliche, amministrative e giudiziarie, preposte al controllo “sorde e mute” alle sollecitazioni/denunce da parte delle opposizioni consiliari.
Sorde e mute alle decine di segnalazioni, scritte, in relazione ai bilanci comunali e all’allegro utilizzo del danaro pubblico.
Pronte, però, ad inquisire ad esempio un capogruppo consiliare di opposizione colpevole, non se ne vedevano altre ragioni, di denunciare la non potabilità dell’acqua cittadina in un periodo in cui dai rubinetti usciva un liquido aranciognolo.
Fenomeno le cui denunce quotidiane dei cittadini e dei turisti trovavano ampia eco nella stampa.
Capogruppo assolto, e non poteva essere altrimenti, in giudizio, in una udienza in cui una specifica istituzione pubblica non ci fece certo una bella figura.
Leggere oggi di presunte infiltrazioni mafiose nell’amministrazione non ci convince per niente e ci sentiamo di affermarlo per rispetto di chi nel paese ci vive o ci ha vissuto e di chi ogni anno ci torna per brevi periodi o di chi spera di ritornarci un giorno.