Far scendere il picco dell’ansia: è questo il vaccino che serve a riavviare la vita

Tutti tornino al loro posto dopo il quarto d'ora di celebrità che hanno avuto

C’era la speranza, tenue, che la pandemia potesse contribuire a ribaltare la scala dei valori di un pianeta cieco e abitato prevalentemente da esseri umani simili ad automi inconsapevoli del loro essere, ma già i primi sussulti di “nuova normalità” hanno provveduto a prendere le distanze, senza troppi complimenti, da quell’auspicio.

A tutti i livelli, infatti, si perpetuano i medesimi errori, causati da egoismo, incompetenza e supponenza. Comportamenti che hanno reso le rispettive esistenze un ginepraio di azioni inutili e banali. Da una parte l’opinione pubblica facilissima preda dell’arte manipolatoria di stregoni travestita da scienziati, dall’altra una classe politica terrorizzata e in fuga da condotte raziocinanti, ulteriormente impoverita da personaggi improbabili come clowneschi sindachicchi o codardi presidenti di Regione. Senza vergogna e privi di una morale che mai hanno conosciuto, soggetti istituzionali stanno speculando su una storica tragedia collettiva. Uno spartiacque che, lo si voglia o no, rappresenta una cesura tra il prima e il dopo e quel dopo è già arrivato, perché se la lingua italiana continua ad avere ragion d’essere è necessario essere consequenziali con ciò che si dice. “Con il coronavirus dovremo convivere” è il mantra propostoci ininterrottamente a reti unificate dai nuovi profeti (virologi, infettivologi, epidemiologi) divisi su tutto tranne che su questo assunto. Una diagnosi che, a dirla tutta, potrebbe essere proposta anche da un geometra, un notaio o una casalinga sprovvisti di particolari competenze scientifiche. Del resto, fino al momento, l’unica strategia da essi proposta è stata quella della chiusura all’interno delle mura domestiche. Ed anche questa era una risposta che chiunque, anche al bar o per strada, avrebbe potuto dare senza spendere anni e anni in studi specialistici. Proprio perché trattavasi di qualcosa di sconosciuto, il virus meritava maggiore prudenza nel giudizio e coraggio nelle decisioni. Sono mancati entrambi e, quel che è peggio, è stato messo da parte un approccio circolare che, mettendo al centro la salute individuale di ciascuno di noi, la affrontasse nella sua dimensione totale. Delle conseguenze psicologiche su adulti e, soprattutto, minorenni, nessuno dei novelli santoni ha avuto la decenza di preoccuparsi e continua a non farlo, molto semplicemente perché non ha competenze né sensibilità a cui attingere. Tanto si è detto degli effetti esplosivi sull’economia di ciascun Paese, a maggior ragione di uno come l’Italia, che già versava in condizioni critiche, ma le ripercussioni, sul piano mentale, sul medio e sul lungo periodo si prevedono fin d’ora preoccupanti. La prima ricostruzione da affrontare è quella psichica e questo vale sia individualmente che collettivamente. Stremati da una reclusione che ha sovvertito la quotidianità, bisognerà ora affrontare il passaggio, decisivo, al contenimento, non del virus, ma della paura. Servirà sbarazzarsi di timori istintivi e cominciare ad avere, prima di tutto, un diverso rapporto con il tempo. Anche andare ad acquistare qualcosa in un qualsiasi esercizio commerciale comporterà una dilatazione dell’attesa a causa degli ingressi contingentati e bisognerà abituarsi alla lentezza, il polo opposto della frenesia che ha accompagnato i decenni precedenti. L’assunto di partenza, “dovremo convivere con il virus”, contempla una ovvia deduzione: la ripartenza è un obbligo, la riapertura un dovere, il ritorno alla vita, non al surrogato di sopravvivenza di questa quarantena, essenziale. La catena di comando deve essere chiara tagliando le unghie a pavidi o avventati presidenti di Regione. Tutti tornino al loro posto dopo il quarto d’ora di celebrità che hanno avuto: se forte ed autorevole, il Governo si prenda in carico, politicamente e fattualmente, senza deleghe irresponsabili, forme e modalità del ripristino delle condizioni di agibilità democratica soppresse in epoca emergenziale. La fiducia rischia, però di essere mal riposta, se, ad esempio, il ministro all’Istruzione Lucia Azzolina si è permessa, per le vie brevi e non quelle istituzionali che il ruolo, e la delicatezza dell’argomento, le avrebbero imposto, di annunciare coram populo la chiusura dell’anno scolastico. Come se la formazione, culturale e caratteriale, di una generazione fosse una bagattella di cui liberarsi rapidamente per concentrarsi su questioni più importanti. E cosa c’è di più rilevante di una pausa forzata, di mesi e mesi, del confronto-incontro fisico in età scolare? Di una interruzione coatta dell’ordinario percorso di crescita affrontato da un allievo? Scrollarsi di dosso il peso delle proprie inadempienze scaricandolo sulle spalle, per fortuna possenti, di tanti giovani insegnanti, è stato uno dei tanti atti di viltà ed inidoneità di un Governo trovatosi impreparato in mezzo alla tempesta. Uno stuolo di Commissioni create ad hoc per diluire le responsabilità e senza che nessuno prenda il bastone del comando per indicare la via. L’appuntamento, inevitabile ed inderogabile, con il riavvio della società tutta è ineludibile. Arrivare impreparati ed allo sbando alla imminente data in cui si potrà tornare a respirare è una colpa imperdonabile che ratifica la debolezza di una classe dirigente, centrale e periferica, inappropriata a guidare una comunità.

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