Esultino le genti e si rallegrino: Falcomatà ha scoperto la differenza tra responsabilità politica e gestionale

E così, tomo tomo, cacchio cacchio, il sindaco di Reggio Calabria, dopo anni, tanti anni, di studio, ha imparato il principio elementare della gestione amministrativa che mira alla netta separazione tra responsabilità politica e responsabilità gestionale. Roba antica, a dire il vero, che affonda le radici nella fine dello scorso millennio e di prossimità ideologica al suo campetto di giochi, essendo stata ideata, elaborata ed introdotta dall’allora ministro della Funzione Pubblica Franco Bassanini, tra i fiori all’occhiello dell’allora PDS.

Il giovanotto che si sarebbe fatto Primo Cittadino in quegli anni era ancora un imberbe fanciullo lontano dai fasti professionali di organizzatore di feste con l’examicoorabuonconoscente Paolo Zagarella, ma qualcosa potrebbe aver orecchiato in casa, essendo anche allora, la sua, quella del sindaco reggino. Sta di fatto che, dopo lustri durate i quali la sua carriera politica è decollata grazie alla condanna di avversari più volte impegnati inutilmente a far valere le ragioni della suddetta distinzione tra apparato burocratico e livello politico, Falcomatà, nel prendere le difese di se stesso in aula durante il processo “Miramare”, è proprio sulla tesi del nemico, Giuseppe Scopelliti, ad essere salito per cavalcare le proprie ragioni.

Legittimo cambiare idea, si usa dire, anche se è bene sempre non perdere di vista le caratteristiche del soggetto in questione: stiamo pur sempre parlando di colui che, richiedendo all’UEFA un paio di giorni fa la disputa della finale di Champions League, in programma il prossimo 29 maggio, allo stadio “Granillo” è come se avesse firmato una sorta di autocertificazione di incapacità. Quasi a dire: “Sì, avete avuto ragione voi, tutti voi, tantissimi, i due terzi abbondanti della città, che qualche mese fa mi avete considerato del tutto inadatto ad assumere il compito e le mansioni di sindaco”. Un’incombenza che prevede, tra gli altri oneri, anche quella di essere onesto intellettualmente con i propri interlocutori, parlando un linguaggio, se non di verità, quanto meno di attendibilità. Di entrambe, a mo’ di esempio, non si è percepita traccia nella questione dell’affidamento diretto dei servizi alla società “Castore”: un tassello su cui Falcomatà ha costruito una campagna elettorale, una realtà parallela da esporre ai lavoratori Idrorhegion e AVR ed una fantasticheria da tirare fuori dal cilindro nelle occasioni in cui gli veniva richiesto dalle circostanze di proporre una soluzione ad una questione che investe molteplici e delicatissime questioni della vita cittadina.

Eppure, come hanno fatto sapere poche ore fa la presidente di “Impegno e Identità, Angela Marcianò ed il consigliere comunale dello stesso Movimento, Filomena Iatì, l’Autorità vigilante, l’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione), con un responso risalente addirittura allo scorso 10 marzo, aveva risposto picche alla richiesta di parere da parte dell’Amministrazione Comunale. Ed è sgradevole, anche sul piano linguistico, la replica affidata oggi all’assessore alle Società partecipate, Mariangela Cama, che ribadisce la correttezza e la coerenza della compagine di appartenenza appigliandosi ad una nota stampa del 21 aprile in cui, assicura la rappresentante della Giunta Falcomatà, l’opinione pubblica era stata resa edotta dell’impossibilità di operare secondo la linea voluta dal sindaco. “Alla luce delle novità legislative” anonime e sconosciute ai cittadini “e delle recenti pronunciazioni dell’Autorità nazionale anticorruzione”, che non vengono minimamente spiegate, “l’Amministrazione comunale ha ascoltato con attenzione le questioni sollevate dai sindacati, confermando la volontà politica, ampiamente espressa anche in passato, di voler tutelare le maestranze seguendo i procedimenti amministrativi disciplinati dalle normative attualmente in vigore”. Dunque, dalle parti di Palazzo San Giorgio, questo frasario oscuro e fumoso attesterebbe che i reggini sul caso in oggetto fossero stati informati adeguatamente e con tempismo. Può anche essere, quantunque ci sia tanto da dubitare, che le intenzioni fossero queste, ma da un’Amministrazione che in ogni discorso infila la parola “trasparenza” con la stessa frequenza con cui Di Maio azzecca un congiuntivo ci si aspetta uno stile di comunicazione appena appena più sincero e comprensibile.

Contenuti correlati