Elezioni, una domanda a Zingaretti: perché Oliverio no e Falcomatà sì?

Il quadro è carico di ombre cupe che mal si conciliano con l'ambizione di rigenerazione coltivata da Zingaretti

Per una volta non serve armarsi del dizionario che traduce il politichese per definire compiutamente il significato delle parole di un rappresentante dei partiti, per una volta, infatti, le parole rimarranno scolpite anche nelle menti degli stolti.

Nicola Zingaretti, Segretario nazionale del Partito Democratico, ospite della trasmissione televisiva “Agorà Estate”, ha dato, ufficialmente e senza oscure ambiguità, il benservito al presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. Già da tempo questa è una prospettiva teorizzata da tanti autorevoli esponenti del PD, a Roma e sul territorio. Le motivazioni tra gli uni e gli altri, nelle intenzioni, potrebbero anche essere differenti, ma ciò che non muta è la sostanza: nessuno vuole più avere a che fare con l’attuale capo della Giunta calabrese. Deve abbandonare quel ruolo che occupa maldestramente dall’autunno del 2014. Fino a questo punto il ragionamento non si presta ad alcuna obiezione: trovare qualcuno che ne difenda la conduzione della Regione sarebbe impossibile. La sua impopolarità ha raggiunto livelli che anche Agazio Loiero si sognerebbe, per cui la cocciutaggine che ne stimola la pretesa di ripresentarsi al cospetto degli elettori, a dispetto di una autentica “Caporetto”per il suo partito e per i centrosinistra, è meritevole di essere studiata più secondo i parametri della psicologia che con quelli della politica. Politica che, del resto, in questi ultimi cinque anni, è stata tenuta a debita distanza dalla Cittadella se è vero, come è vero, che Oliverio si è rivelato talmente irrilevante da non riuscire nemmeno a tenere su la baracca con il supporto di un Esecutivo nel quale le caselle fossero occupate dagli eletti, ma soltanto da grigi tecnici che nessun calabrese saprebbe riconoscere nemmeno se ne avesse uno seduto accanto al bar. Un vulnus originato dal tracollo rovinoso che da tempo affligge il PD squassato da odi, rancori e vendette tali da rendere impossibile finanche lo spostamento di uno spillo per non mutare, sia pur impercettibilmente, lo status quo inerte nel quale si affanna. Se, quindi, Zingaretti, ha ragione da vendere nello spiegare i passi da compiere per provare a salvare il salvabile a livello regionale, non tornano i conti qualora la riflessione dovesse arrestarsi senza produrre un naturale effetto a cascata sulle altre istituzioni territoriali. Perché, da leader cresciuto facendo gavetta negli enti locali, sa perfettamente che, più o meno contestualmente con il rinnovo della massima Assemblea legislativa calabrese, saranno celebrate le elezioni comunali a Reggio Calabria, la città più popolosa della regione, anch’essa (mal) amministrata da un uomo del PD. Sgradito all’opinione pubblica (come Oliverio), fallimentare nella gestione, quotidiana e su lungo periodo (come Oliverio), pesantemente invischiato in vicende giudiziarie come lo “Scandalo Miramare” (come Oliverio che ne ha collezionate diverse), perché mai Giuseppe Falcomatà dovrebbe godere di un trattamento diverso rispetto al presidente della Regione? Se la stella polare da seguire, così sostiene il Segretario nazionale del Partito Democratico, è quella del rinnovamento, affinché si volti pagina rispetto ad un passato deludente, come potrebbe mai ritenere di lasciare che la forza politica di cui è guida nella città di Reggio vada incontro ad una batosta epocale. Come potrebbe mai permettere di assistere impassibile all’affondamento dell’intera coalizione trascinata a picco da un nome, quello di Falcomatà, ormai impronunciabile in ogni angolo della sponda calabrese che si affaccia sullo Stretto? Domande che presto troveranno risposta, a differenza, purtroppo, di quelle poste dall’autorevole consigliere comunale della minoranza Lucio Dattola. L’ex candidato a sindaco per il centrodestra, alla luce di quanto emerso (fino al momento) nell’inchiesta denominata “Libro Nero”, pone l’accento sul rapporto simbiotico esistente all’epoca della campagna elettorale di cinque anni fa tra l’attuale Primo Cittadino ed il cognato Demetrio Naccari Carlizzi, sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Non rilevano, in questo caso le posizioni giudiziarie personali di ciascuno, tanto più che, nella circostanza, Falcomatà non è stato minimamente lambito dal’ultimo ciclone abbattutosi sulla politica calabrese, ma è di tutta evidenza che il dato politico inoppugnabile parla di uno strettissima relazione con Naccari Carlizzi il quale, secondo quanto riportato nell’ordinanza emessa dal Giudice delle indagini preliminari, avrebbe raccolto voti di affiliati alla ‘ndrangheta in cambio di appalti, assunzioni ed incarichi nella Pubblica Amministrazione. Favori da rendere con quali modalità? Attraverso quali canali? Questo non è chiaro, e sarà compito della magistratura accertarlo, come pure sarà da accertare se essi si siano concretizzati. Purtuttavia rileva il dato politico che restituisce un quadro carico di ombre cupe che mal si conciliano con l’ambizione di rigenerazione coltivata da Zingaretti. E, per una volta, si fidi del suo predecessore, che pure non ama: non si faccia ingannare da leggende metropolitane e vada d’istinto. Ne conosce pregi e difetti, sa benissimo, pertanto, che se Matteo Renzi avesse nutrito stima nei confronti del sindaco, lo avrebbe orgogliosamente portato in giro da Aosta a Trapani, novella Madonna Pellegrina, menando vanto del presidio PD in una città simbolo come Reggio Calabria. Soprattutto, non gli avrebbe preferito, quale membro della Segreteria nazionale, un assessore “tecnico” come Angela Marcianò, che con la storia del Partito Democratico niente aveva a che spartire e generando sconcerto tra gli esponenti locali. Tutto si tiene, nella vita come in politica e la coerenza non è un optional da sfoggiare a seconda delle convenienze del momento, Zingaretti ci pensi.

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