Elezioni regionali, è guerra fra bande anche nel centrodestra: le ragioni del declino della politica

La disarticolazione del vecchio sistema politico ha creato una situazione caotica che, unitamente alle condizioni di difficoltà vissute da grande parte della popolazione, si è tradotta in una disaffezione dai partiti, dai loro contorni, da tutto ciò che essi rappresentano.

Cause ed effetti di questo stato di cose si mescolano moltiplicando i contorcimenti: all’origine del disfacimento degli schemi tradizionali vi è tanto il meccanismo di selezione politica, basato sui rapporti personali e logorato dalla tendenza ad affabulare i sempre più annebbiati (ex) leader, quanto sulla sostanziale negazione della meritocrazia e sulla conseguente proliferazione di esponenti dalle dubbie qualità politiche e amministrative. La conclamazione di questo “modello” ha prodotto l’(auto)esclusione di rappresentanti competenti che hanno perso passione e volontà al cospetto di palesi deviazioni da meccanismi razionali. In un contesto caratterizzato dal disfacimento delle ideologie, da un’inquinata comunicazione orizzontale e senza filtri idonei, dalla caduta delle “scuole di partito” e dal confronto nelle sezioni, le coalizioni a cui eravamo abituati hanno smarrito senso e smalto. Fattori concorrenti sono stati l’allontanamento dalle esigenze della gente e la crescente influenza dei centri di potere, la chiusura nei lussuosi palazzi, la creazione di cerchie autoreferenziali.
E se il centrosinistra prosegue ostinatamente in una logica autodistruttiva, il centrodestra, al di là del fenomeno del populismo leghista, non se la passa meglio.
Il profumo di una probabile vittoria alle elezioni regionali ha quasi fatto passare in secondo piano il torpore degli ultimi anni, oltre ai motivi della cocente sconfitta che ha concluso l’epoca degli scopellitiani. Oggi la coalizione, se ancora può definirsi tale, ha cancellato anima ed identità, è trafitta da guerre aperte e sotterranee, è screditata da atteggiamenti accaparratori. In assenza di leader riconosciuti e dotati di carisma, sono personaggi che nella Prima Repubblica (intesa nel senso positivo, cioè di effettivo primato della politica) a stento avrebbe superato i confini della politica comunale a cercare di imporre la linea. L’incomprensione dell’evoluzione dei tempi, il carrierismo esasperato e la supremazia dell’aspetto economico su quello del prestigio intellettuale hanno comportato il crollo qualitativo della classe dirigente. Amministrativamente parlando sembra poi che il ruolo degli eletti sia quello di produrre o farsi affibbiare comunicati stampa (il cui livello in termini di forma e di sostanza meriterebbe un capitolo a parte) o scrivere sui social network piuttosto che incidere concretamente per migliorare la vita dei cittadini.
Parte della responsabilità va però attribuita all’organizzazione sociale: se a farsi strada o a rimanere in sella sono determinate figure, allora vuol dire che il controllo popolare è insufficiente e che permangono sacche di accondiscendenza.

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