Elezioni Regionali. Dalle parti della sinistra calabrese c’è bisogno di rivoluzionare priorità e gerarchie

Ammesso e non concesso che la partita per le prossime Regionali sia una competizione aperta e dall’esito incerto, l’accusa, imprescindibilmente proveniente dal presunto centrosinistra “ufficiale”, che la mancata unione delle forze in una direzione ed in una prospettiva unite ed unitarie, favorirà, com’è inevitabile, la coalizione di centrodestra è uno di quei ricatti morali alla base dell’imbarbarimento e dell’impoverimento della politica.

Fino a prova contraria, se in una determinata area culturale maturano esigenze e, di conseguenza, candidature, distinte e distanti da quelle proposte dai partiti “istituzionali”, è proprio a causa del vuoto ideale e programmatico nel quale annaspano, boccheggianti, zombie e bestie antropomorfe che hanno fatto dei Palazzi del Potere la loro personalissima riserva di caccia. Una ristrettissima oligarchia che, nel caso specifico, prova ad autoalimentarsi ancora cibandosi nei pascoli delle clientele strafottendosene della Sinistra, dei suoi ideali e delle battaglie, dei suoi valori e delle sue sfide storiche. Ne utilizzano nomi e simboli a fini esclusivamente personali. Impegnati nella affannosa e spasmodica ricerca del consenso, non hanno il tempo nemmeno di conoscere le bandiere da sventolare per potersi legittimamente definirsi di Sinistra, perché certo non basta accucciarsi sotto una sigla per proclamarsi campioni di una determinata parte politica. Allargando il perimetro teorico al centrosinistra, cosa mai hanno da dire a quell’elettorato ras e capibastone che danno vita a zuffe brutali solo per arrampicarsi su uno scranno di Palazzo Campanella? Considerare appartenenti a quel campo padroncini e feudatari che campano di rendita senza aver mai dovuto rendere conto della loro (in)attività rappresenta un esercizio di ottimismo impossibile da sostenere in questa congiuntura storica, impossibile in Calabria. Oggi, più che mai, in realtà, sale fortissima la richiesta urgente di un metodo di governo fondato sulla promozione di politiche attive per il lavoro; su uno scontro sociale (sì, scontro sociale, non bisogna aver paura delle parole nascondendosi sotto forme edulcorate di frasi fatte e diluite) funzionale al potenziamento, vigoroso ed efficace, della Sanità pubblica; sull’avanzamento dei Diritti, civili e sociali, in una regione in cui essi sono calpestati ogni giorno da ignoranza e prevaricazione, da prenditori arraffoni senza scrupoli e gretti benpensanti senza cultura. No, non sono qualunquisticamente tutti gli stessi: c’è chi ci crede e chi no; c’è chi “indossa” la politica di piccolissimo cabotaggio per darsi un tono piccolo borghese e chi la riconosce come l’unico modo per provare a ribaltare un sistema depravato in cui sono sempre i deboli a soccombere. C’è chi ha un progetto alternativo di società a quella iniqua e ingiusta che comprime aspettative e possibilità e chi, di tali iniquità ed ingiustizie si nutre. C’è chi resiste e chi conserva; chi guarda in direzione del popolo con la promessa di migliorarne le condizioni, chi lo sfrutta e lo asseta. No, non sono tutti gli stessi e rivendicare inesistenti primati egemonici testimonia quanto, dalle parti del centrosinistra e dintorni, ci sia bisogno di rivoluzionare priorità e gerarchie. Nel corso degli anni, le differenze si sono annacquate dimenticando che, al contrario, la radicalità continua ad essere la ricetta più facilmente comprensibile e digeribile da un elettorato disorientato e incazzato, impoverito ed emarginato. Non rimettere al centro della propria azione politica le istanze che salgono dal “basso” persistendo a badare ai propri meschini interessi, economici e personali, di ruolo e status, è la condizione indispensabile per perpetuare quella finzione che ha arricchito la cerchia dei potenti del centrosinistra rubando servizi e chances ai tanti calabresi rimasti fuori dal recinto dei facili privilegi.



Contenuti correlati