Elezioni Reggio, in casa Falcomatà fioccano le (non) ricandidature

L'ultima, in ordine di tempo, Paola Serranò

L’ultima, in ordine di tempo, è Paola Serranò, una delle poche figure autorevoli e affidabili che potesse vantare l’Amministrazione Falcomatà. La stimata professionista reggina, le cui doti di umanità e preparazione sono riconosciute trasversalmente esce dal tendone circense nel quale altri continuano a fare numeri a beneficio (invero scarso) del sindaco uscente.

Non un fulmine a ciel sereno, perché che la nota oncologa non si sarebbe ripresentata ai nastri di partenza della campagna elettorale era cosa nota da tempo, ma la notizia merita di essere ripresa per le motivazioni che lei stessa ha addotto. Un bollino blu sul flop che ha fatto registrare l’azione amministrativa del Primo Cittadino. Mai le sue capacità, da chiunque altro dotato di media intelligenza politica portate come un fiore all’occhiello, sono state valorizzate. Lo stesso è accaduto con altri elementi della maggioranza, evidentemente disfunzionali ai limiti caratteriali dell’inquilino dio Palazzo San Giorgio. Sebbene ammantato del consueto garbo che la contraddistingue, l’addio di Serranò è un autentico j’accuse nei confronti delle modalità con le quali il sindaco ha guidato la città dall’ottobre del 2014. Un contegno, quello del rispettato medico, che mal si concilia con “l’individualismo, l’egocentrismo, il sospetto, la maldicenza, l’indifferenza, la disuguaglianza sociale ed economica che stanno soffocando ogni proposito di bene comune”. “Il governo della città – ella può giudicare senza indugi alla luce dell’esperienza vissuta – va profondamente ripensato. Non più un modello centrato sul decisionismo istituzionale fortemente verticistico (si fa solo ciò che dico io), che ha svilito la libera espressione e le capacità degli altri. Riteniamo in molti che il governo cittadino debba essere più partecipativo”. Amen, parole inequivocabili che condannano, senza appello, Falcomatà sul quale grava come un macigno l’assoluta inabilità a rapportarsi con chiunque non faccia parte del “cerchietto magico”, oltre tutto sempre meno affollato dopo le defezioni registratesi anche tra i suoi (ex) luogotenenti di massima fiducia. Quello del numero di caselle mancanti alla fine del lungo mandato rischia di essere l’unico motivo per il quale Falcomatà passerà alla storia cittadina: perdere metà maggioranza in corso d’opera non è roba di poco conto, è qualcosa di cui andare orgogliosi insieme ai propri giovani vecchi amichetti. Una rosa infinita di nomi evaporati, in un misto di delusione, freddezza e rivalsa: mezza Giunta che non si ricandiderà o lo farà sotto altri vessilli, mezza maggioranza in Consiglio comunale che scegli di fermarsi o di saltare da altre parti della barricata. L’unica differenza sta nelle forme adottare per salutare: c’è chi lo ha fatto, premiando la propria dignità, dimettendosi dagli incarichi esecutivi che ricopriva; c’è chi lo ha fatto, quatto quatto, come sempre, pensando di essere più furbo degli altri, in realtà dimostrando la sua vera natura di ipocrita opportunista.

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